Questa Città

(work in regress)

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Comunicazione di servizio.

Questa Città smette di essere pubblicata. E’ un po’ di tempo che ci stavamo pensando. E adesso lo facciamo. Non c’è una vera spiegazione. Forse perché, nella stesura fuori dalla rete, siamo già arrivati alla fine ed abbiamo scoperto di averla anche noi, quella famosa paura della fine di cui tanto ci hanno parlato.
Per chi fosse interessato, ora comincia una faticosa – ma non troppo – fase di revisione onanistica non necessaria. 
Per chi fosse interessato a continuare la lettura di questo mattone con la M maiuscola, la strada è una sola. Scriverci e chiedere il file integrale. Che sarà spedito senza indugio, quanto prima, non prima – comunque – della revisione di cui sopra che – come detto - sarà una cosa lunga ma non troppo, indipendentemente da qualsiasi e quantomai improbabile e demodè deriva editoriale di Questa Città.
Che poi, diciamoci la verità, a quanti interessa – davvero - la storia di Questa Città?

FINE PRIMO TEMPO

Scritto da questacitta

26 novembre 2011 alle 19:31

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48. Da Questa Città non si esce

 

Che un fulmine ci colpisca e ci apra in due il cervello facendo uscire una festosa pioggia di coriandoli colorati se non abbiamo provato a capire dove diavolo sta – se c’è – il bottone per spostare Questa Città, anche solo di un millimetro o comunque di una misura che seppur minuscola possa servire a cambiare la prospettiva di quel poco che basta ad aprire scorci utili a vedere qualcosa che prima le costruzioni imponenti e intrecciate ad arte ci impedivano di raggiungere con lo sguardo. Ci abbiamo provato. E non trovandolo, ne abbiamo cercato almeno uno che recasse una qualche scritta o indicazione legata anche lontanamente all’insieme semantico dell’uscita d’emergenza, dell’espulsione per cause di forza maggiore, della sconfitta per abbandono. Niente. L’idea che ci siamo fatti – e già ci è costata molta fatica, l’attività rendicontabile e fatturabile, voce per voce, del farsi un’idea – la conclusione che abbiamo tratto è che da Questa Città non si esce. Sarebbe bello e forse anche in un certo senso trascendente e senza dubbio di enorme impatto emotivo – di quello stesso impatto emotivo che caratterizza i discorsi di grandi uomini col pugno alzato e la voce potente di fronte a grandi folle con polmoni pieni d’aria – sarebbe fantastico dire che, in realtà, se si vuole uscire da Questa Città, se davvero lo si vuole, se lo si desidera con estrema intensità, chiudendo gli occhi forte forte e mettendo sul piatto anche una qualche forma di patto fantasioso stretto con qualche agente altrettanto fantomatico che poi tra qualche anno si rivelerà molto svantaggioso e ci farà rimpiangere amaramente di avere anche solo pensato di poter trarre un qualche beneficio dalla firma di quell’accordo a conti fatti decisamente truffaldino, sarebbe davvero liberatorio - ma anche un po’ seccante, per il fatto di non esserci arrivati subito – pensare che per uscire da Questa Città basta volere uscire da Questa Città. Purtroppo il nostro part-time da narratori semi-onniscienti dei fatti che stanno accadendo in Questa Città, ci porta a dire che sfortunatamente non è così semplice uscire da Questa Città. In particolare, come abbiamo avuto modo di accennare, da Questa Città non sembra – a meno che non si sia a conoscenza di qualche percorso secondario e nascosto da cose funzionali allo scopo, tipo frasche e teloni mimetici – non sembra si possa uscire a bordo di qualcosa che somigli a una macchina o a un mezzo a motore, dal momento che lo stratificarsi  di segnaletiche stradali propedeutiche all’annuncio di un panorama urbano e suburbano (qualunque cosa significhi) labirintico toglierebbero e hanno in passato tolto il coraggio anche ai più scafati tra i culi motorizzati di Questa Città, che hanno da quel momento appeso le chiavi al filo di bava a sua volta appesa al chiodo per attendere il primo viaggio della metropolitana promessa tanto annunciata quanto mai più vista. Non si esce d’altra parte neanche in bicicletta, perché il continuo sistema di aprire e chiudere buchi in mezzo al manto stradale messo in atto dalle Corporation ha reso il desiderio ciclabile un po’ troppo…come dire…estremo anche per i più accaniti sostenitori della vita a pedali. E non si esce – a meno che non si metta in conto la non troppo remota eventualità di smarrirsi definitivamente a causa della nascente toponomastica che mostra un paradossale potenziale disorientante secondo solo ad una casa degli specchi sadicamente sovraccarica di specchi – non si esce, appunto, nemmeno a piedi. A meno che non siate campioni di Orienteering. Che non abbiate molta fortuna. O che non possediate una vecchia mappa o un amico che possiede una vecchia mappa che voi non sareste in alcun modo in grado di consultare e di interpretare, senza la disponibilità nelle immediate vicinanze dell’amico di cui sopra, in quanto comprensibile – la mappa – solo ad un individuo totalmente intollerante a qualsiasi forma di luce artificiale o naturale. Il che suona improbabile.
Ecco, allora, i fatti, invece, ci dicono che abbiamo torto. Perchè nel momento in cui stiamo dicendo perché – cioé sei parole fa – ci sono almeno cinque minorenni che se ne stanno andando liberamente in giro fuori dai confini definiti dai cartelli sponsorizzati e dall’enciclopedia figurativa tridimensionale dei lavori in corso, un adulto più o meno plenipotenziario che scorrazza automunito e con una certa dimestichezza per strade non segnate e arriva proprio sulla pista d’atterraggio di un aeroporto che, in linea di principio, non dovrebbe essere dov’è e che invece c’è ed è – nella parte appena citata che è la pista d’atterraggio – occupato da un velivolo di una certa imponenza dal quale sono pochi istanti fa scesi per sgranchirsi le gambe una serie di personaggi agghindati in modo – a seconda dei punti di vista e del gusto personale – eccentrico e che ora osservano con fare interrogativo l’uomo di cui sopra, che a sua volta adocchia la cinquina di cui parlavamo poche righe fa. Tutto questo è abbastanza strano. Specie se consideriamo il fatto che – ad insaputa di tutti i personaggi appena citati – in una casa di riposo non troppo lontana, gli anziani ospiti gentilmente sedati per contratto dal personale di servizio hanno colto l’occasione offerta da un cortocircuito cerebrale di una paziente affetta da alzheimer per rovesciare l’ordine costituito e progettare la fuga di massa – o semplicemente la spedizione con ritorno previsto per le sei, ora della cena e del Superquiz televisivo con estrazione dei numeri vincenti di una delle lotterie lanciate in Questa Città – al fine di togliere ciò che spetterebbe anche loro a chi sembra essersi guadagnato il diritto di averlo o quantomeno di capire se esiste un margine di trattativa per ottenere anche loro almeno un pezzetto di quella cosa che non si capisce bene cosa sia ma che certamente loro non hanno. Senza contare, per tornare alla già lungamente discussa tematica della presunta irraggiungibilità di Questa Città, che anche l’uomo in possesso di tale vantaggio sociale ambito dagli ospiti della casa di riposo è giunto in Questa Città secondo una dinamica a dir poco oscura. Ma per la miseria, c’è. E’ qui. E c’è altra gente che allora vuole sapere come avrebbe fatto quest’uomo ad arrivare e se, molto cortesemente, sarebbe disposto ad indicare a tutti, con un semplice gesto della mano, la direzione corretta per fare le valigie e salutare quelli che rimangono dandosi appuntamento tra sei anni, mese più mese meno, stessa ora stesso posto. Poi c’è una storia che non abbiamo mai detto a nessuno e che riguarda la nostra difficoltà di essere precisi e completi e di andare dritti come fusi invece di tornare indietro come per raccogliere una parte del cavo che ci sembra di avere arrotolato, quando invece abbiamo notato un nodo e abbiamo dovuto ricominciare. Perché è proprio così. Ogni fonico lo sa. Il cavo ha un suo giro. Con una mano si prende un’estremità e con l’altra si fa ruotare il cavo di quel tanto che basta per non sentire più alcuna forma di resistenza, poi si comincia ad avvolgere. E’ una cosa naturale. Ma può accadere che – senza alcun motivo apparente – il cavo si attorcigli comunque. Magari perché il materiale che ricopre il rame è particolarmente duro. O magari perché, semplicemente, chi avvolge non è proprio portato. Ecco, forse, noi non siamo proprio portati. E ad ogni modo, o questo cavo è incredibilmente articolato o l’ultimo che l’ha usato ha fatto un casino. Ma la verità, lo sapete come lo sappiamo noi – e noi lo sapevamo fin dall’inizio – è che qui il problema riguarda entrambe le cose. La nostra scarsa propensione a non lasciarci sfuggire nulla e la complessità di una situazione così grave. Alle quali si aggiunge la vostra comprensibile delusione – la vostra deleuzione. Perché noi dobbiamo imparare a fare le cose mettendoci al riparo dal contagio delle delusioni altrui. Dobbiamo agire con la logica impermeabile della commessa di un negozio d’abbigliamento che si vede restituire una, due, tre, cinque volte nell’arco di un minuto i vestiti che le ragazze e le donne hanno appena provato o tentato di provare, tirando indietro la pancia, piegandosi sulle ginocchia, sedendosi in un angolo e allungando le gambe, lottando fino alla fine con le proprie forme, prima di giungere alla conclusione che proprio quel vestito che sul manichino sembrava perfetto per loro, in realtà è perfetto solo per il manichino e non per loro. Dobbiamo assumere l’espressione senza espressione eppure carica di empatia di quelle commesse, che chiedono allora? mordendosi le labbra ma conoscendo già la risposta scritta in quegli sguardi affranti da pugile suonato nel momento stesso in cui la mano molla la presa lasciando cadere il tessuto floscio sopra la montagna di altro tessuto floscio o in quei sorrisi amari abbozzati ai quali manca solo quell’inutile didascalia che dice tanto lo sapevo che questa cosa non era per me.

 

Lei entra in casa, dando una spinta alla porta, quando ormai la porta è alle spalle, lascia che si chiuda senza guardarla, lo trova al tavolo che scrive e – quando ancora la sta salutando con la bocca impastata di parole non dette – lei lo afferra per un braccio e lo trascina sul letto, gli sfila la maglietta sfidando la resistenza della testa a passare per il colletto, il bottone si slaccia da solo, lui non reagisce, gli toglie la cintura e gli abbassa i pantaloni e gli slip - è così che si fa – anche lei si alza la maglietta e la toglie, si slaccia il reggiseno e cala le calze e le mutandine fino a che le calze non le sono più addosso, a pochi metri dalle scarpe, che aveva tolto camminando poco prima. Respira. Lei è nuda e lui lo stesso. Lo bacia come se non avesse mai usato le labbra per fare altro, come se le sue labbra non avessero fatto niente fino a quel momento, legate a se stesse, impedite in ogni azione. Ora trovano la strada che era mancata loro così tanto che la percorrerebbero mille volte se nessuno le fermasse. Lei si alza su di lui, è pronta a farlo entrare e così fa, lo guarda mentre lui le dice – con uno sguardo atterrito – Io non ti amo. Ma sta mentendo. Crollano le pareti finte di lenzuola nere appese alle pareti vere di vernice bianca, la calce sbriciolata. Mente. Lo dice per vedere che effetto fa negli occhi di lei, prima che niente abbia più un valore. Lei non lo sente. Sente solo quello che deve sentire. Quello che sa che è vero. Lei lo sa cosa è vero. E lui mente.

Scritto da questacitta

13 novembre 2011 alle 19:57

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47. Gesù mi parla nel walkman

 

Viviamo nell’epoca dell’inversione tecnologica, in cui il corpo umano non è più il corpo umano ma un hardware, i nostri documenti e i nostri ricordi vengono etichettati in discorsi tenuti da persone molto intelligenti davanti a platee riunite in ambienti asfittici come dati,  file e cartelle. Non hai un’anima, Carlos. Non più. Non hai un cervello che dirige i tuoi movimenti, controlla le tue azioni e fa sì che tu non metta le cose nel posto sbagliato, come il sale nel caffé o lo zucchero nell’acqua dove svuoterai una ragionevole porzione di pasta. Hai un software. Un gestionale. Carlos, non c’è più modo di tornare indietro, perché ormai ci siamo spinti oltre il limite in cui è possibile decidere di fare dietrofront. E’ normale. Se ci pensi, è un passaggio obbligato in cui incappiamo ogni volta che ci troviamo di fronte ad una crisi, ovvero ad una rivoluzione tecnologica. Ora, Carlos, noi siamo qui per rimettere le cose a posto.
Chi ti dice queste cose?
Carlos, ho l’impressione che tu mi faccia domande di questo tipo con un velo di ironia.
Ti sbagli.
Ti voglio credere.
Chi ti dice queste cose?
Gesù.
E come te  le dice queste cose Gesù?
Cosa intendi dire Carlos?
Voglio dire…cadi in trance, ti raccogli in preghiera o cosa?
Niente di tutto questo, Carlos.
Ah no?
No, Carlos. Gesù mi parla nel walkman.

E’ un vecchio walkman,
Capisco.
Sei perplesso.
No, per carità. E…
…ti ascolto, Carlos.
E c’è…una canzone…un gruppo…come dire…divino? Detentore del linguaggio attraverso cui Dio…
Gesù…
…sì, scusa…Gesù…un gruppo, una band che suona in modo tale che tu, attraverso la loro musica, riesci, non so…a sentire quello che Gesù ti vuole dire?
Mi fai morire, Carlos…

Davvero non lo sai?
Forse lo so ma adesso non mi ricordo.
Carlos, come puoi pensare che…tu davvero pensi che funzioni come…tipo, io metto dentro al mio vecchio Sony una cassetta di Michael Jackson e Gesù ad un tratto si insinua tra la terza e la quarta traccia e mi dice qualcosa come “Alis, vai e apri i sigilli?”
Non so, te lo sto appunto chiedendo.
No, Carlos. Semplicemente, tutte le mattine, io mi sveglio e…aspetta, ti faccio vedere….ecco, vedi, infilo il jack delle cuffie nell’apposito ingresso, senza inserire nastri o roba de genere. Infilo il jack e aspetto.
Aspetti.
Sì, me ne vado in giro con il walkman attaccato ai pantaloni, faccio le mie cose e a un tratto sento Gesù che mi dice “Ehi Alis, ci sei? Ricordati di comprare il detersivo per i pavimenti” Cose così.
Ah.
Sì, lo so. Non parliamo sempre di cose divine e metafisiche. D’altra parte tu con i tuoi amici…mettiamo che tu sia un filosofo con una ristretta cerchia di amici filosofi…parlereste sempre di Deleuze e di Aristotele? Io suppongo che potreste anche dare un’occhiata al cielo e interrogarvi a vicenda su che tempo farà domani o discutere semplicemente del più e del meno. Non credi?
Suppongo di sì.
Avverto ancora la tua perlessità, Carlos.
Sì, beh…francamente mi stavo chiedendo perché proprio uno strumento obsoleto come il walkman. In fin dei conti, uno si aspetta che Dio…
Gesù.
…che Gesù sia sempre molto informato e all’avanguardia. Che ne so, ci si aspetta che sappia tutto prima di tutti, che abbia le cose migliori, così le può testare e riservarle a gente molto buona.
Carlos, mi sorprendi. Il walkman è lo strumento divino per eccellenza. Gesù è il nastro.
Ma un vinile?
Troppo ingombrante, Carlos.
Un CD?
Perché ti ostini?
Un file audio in formato mp3 o wav?
Gesù è il nastro.

 

Le pareti scrostate sono solo un dettaglio ma – questo lo sapete anche voi, se avete esperienza di case di riposo o di anziani particolarmente incarogniti con la vita e annoiati dalla noia stessa – quando le crepe interrompono la pulizia asettica di pareti bianche o dipinte di colori tenui in edifici nati forse per altro scopo ma poi rilevati da imprese decise a fare un po’ di soldi in cambio del loro impegno a sorridere portando il dito vicino alle labbra emettendo un compassionevole ssssh e ad accarezzare ancora un po’ – sperando da una parte che sia davvero solo ancora un po’ ma dall’altra che questo poco sia abbastanza da guadagnarci almeno qualcosina –  teste ormai inesorabilmente ricoperte – quando sono ricoperte – di capelli bianchi e secchi, allora tutto assume un senso piuttosto inquietante e, se volete, simbolico di abbandono mascherato da qualcos’altro di pulito. E’ come la dimostrazione che ci sbagliavamo. E quelle crepe, nella Casa di Riposo Sammy Davis Jr, sono tenute in enorme considerazione dagli ospiti, specie da quelli dotati di sedia a rotelle e bastone – una contraddizione che lascia perplessi perfino noi – che passano le giornate a tentare di individuarle e poi vi si piazzano sotto con la pretesa di colpirle per eliminare le parti di intonaco che disturbano la dichiarazione di perfetta superficie piatta dei muri.
Dopo che il primario e gli infermieri, il personale amministrativo, gli inservienti e tutti i membri dello staff sono stati assaliti nei modi più geriatricamente variegati e violenti e riuniti in un’unica stanza color mattarello di legno ancora leggermente sporco di farina, quello delle crepe si è rivelato in realtà un problema minore, dal momento che gli ospiti hanno convenuto sul fatto che se il fastidio è dato, con un curioso gioco di parole, dalla discrepanza tra le promesse e quelle che in tante occasioni erano state definite come circostanze straordinarie non in grado di scalfire l’innegabile qualità del trattamento e delle invidiabili condizioni, tanto vale ridurre tutto all’eccezione. Devastando ogni cosa, quanto più possibile. Forse A – che ormai, vista la ritrovata piacevolezza dell’essere indicato con un nome, uno qualunque, sta quasi sforzandosi di abituarsi a pensare a se stesso come a Carlos – è probabile che A, nel momento in cui veniva colpito dalla sfera bianca rinforzata e cadeva a terra senza saperlo, perché, appunto, privo di sensi, forse, in quel momento, A sarebbe stato felice di sapere che sua madre, che non riusciva normalmente a tenere ad un livello accettabile la soglia della propria attenzione sullo stesso soggetto di un qualunque discorso per più di due minuti scarsi e che un tempo era stata una donna davvero molto bella e intelligente e brillante, capace di attirare i fischi dei muratori stranieri immersi per metà in enormi crateri nell’asfalto ma anche gli sguardi più timidi e meno sfacciati degli intellettuali , o presunti tali, dei caffé, che in primavera riempivano i marciapiedi dei loro tavolini, A sarebbe stato felice di sapere che sua madre, e chissà in quale complesso scenario molto realistico suggeritole da una qualche parte del cervello immaginava di trovarsi quando lo aveva fatto, si stava rendendo protagonista di quella che in futuro sarà ricordata come la prima ed unica rivolta interna – o Rivolta della Sala Intrattenimento & tv o Rivolta di Broccolino – nella storia della Casa di Riposo Sammy Davis Jr, che poi non ci sarà più, per via di uno spaventoso quanto insospettabile tornado che – contro ogni previsione – si abbatterà solo in quel punto, tanto che nessuno ci crederà mai. Tranne noi, che possiamo dirlo perché in quel momento ci eravamo fermati a dirci qualcosa di importante che non saremmo riusciti a sentire nè a dire se non ci fossimo fermati  – e per fortuna che lo abbiamo fatto, visto che ancora pochi metri e saremmo volati via con tutta la struttura e chi c’era dentro, ammesso che ci fosse qualcuno. Comunque, insomma. Tra gli anziani ospiti della Casa di Riposo Sammy Davis Jr Autogestita c’è un certo fermento. Ci si attrezza per l’uscita e si fanno piani per il futuro e, per ingannare l’attesa, si discute di cose di scarsa rilevanza, come ad esempio quale potrebbe essere l’ultima parola che ognuno vorrebbe dire prima di morire. A si ricorda che l’ultima parola di suo nonno prima di morire era stata Stracchino. Quasi tutti gli ospiti concordano nell’affermare che la grande beffa insita nella questione risiede nel fatto che nessuno potrà mai raccontarti quanto è stato divertente o toccante o totalmente decostruzionista quando, giusto un attimo prima di smettere di respirare, hai detto quella cosa. Una buona parte di essi, degli ospiti, pensa che vorrebbe fare una qualche esclamazione molto ambigua o lasciare a metà una frase totalmente priva di senso. Alcuni, in particolare un campione curiosamente nutrito estratto tra gli affetti da bronchite cronica, vorrebbero andarsene con una citazione di qualche scrittore minore o di un film di serie B. Solo una probabilmente morirà dicendo Broccolino. Il desiderio di un signore con l’intero concetto di dita rivoluzionato dall’artrosi in materia di ultime parole non è in effetti troppo attinente al tema della parola in sè, prefigurando una sorta di scena abbastanza cinematografica in cui lui, steso nel letto, comincia ad accennare la melodia di Can’t help falling in love e a un certo punto un coro gospel entra nella stanza in fila accompagnandolo con quel caratteristico mmmhmmm che i cori gospel di negri fanno incredibilmente bene e si dispone tutto intorno a lui e canta la canzone e a quel punto tutti quelli che erano nella stanza ad aspettare che tirasse le cuoia sono voltati a godersi il concerto e poi, quando la canzone finisce, tornano con gli occhi sul letto e lui è morto con un sorriso che può voler dire molte più cose di una cosa sola.

 

Dammene una bella grossa, amico.
Questa.
Ti ho detto che la voglio grossa. Deve poter fare danni. Ma voglio che metta paura anche solo se la guardi.
Questa.
Dammela in mano. Voglio provare…
Forse è meglio se appoggi a terra quella cosa.
Non dirmi cosa devo fare.
Ok.
Non dirmi…
Ok…Però, dico, non è facile maneggiare il ferro con quattro dita su cinque. Forse se appoggi quella cosa…
Mi piace. Come mi sta?
Non è un vestito, signora.
Dico, ma dà un aspetto…come…cioé, ti faccio paura?
Signora, senza offesa, mi fai paura anche con una rivista di pizzo e centrini…
Sì, però…Non c’è qualcosa di più…grosso?
Ci sarebbe questa…
Questa, questa sì. C’è uno specchio?
Signora, non è un negozio di occhiali.
Aspetta.
Non puntarmi il ferro addosso, signora.
E’ scarica.
Sembri un cazzo di sceriffo, signora. Mi dai i brividi.
E’ questo il senso.

 

…perché non è tanto il fatto di stare rinchiusi – che, da un certo punto di vista, potrebbe anche essere una cosa positiva – non è tanto questo che li ha fatti così incazzare e prendere coscienza della loro astinenza da quella che potremmo chiamare, e so che è generico, vita sociale, andare fuori oltre il giardino ben curato da un giardiniere pagato per misurare l’erba in modo da rendere il panorama immediato talmente perfetto da indurti a chiedere a te stesso per quale motivo dovresti voler passare il resto dei tuoi giorni qui. E’ più che altro la storia del ciclista che proprio non gli è andata giù. Capita, no? Vedi uno come te che non sei tu e che però potresti essere tu e che si trova in una condizione mille volte migliore della tua e allora è naturale che cominci a chiederti perché lui sì e tu no. E allora finisci per attribuire a questa proiezione di un te vuoto di te una sorta di colpa per quello che lui ha e tu no. Non voglio scomodare Hertzog e Salthouse, per non stare neanche a parlare di Weber, però immagino che sia chiaro a tutti quello che sta accadendo e quali saranno i possibili sviluppi. Io credo che entro due giorni questa storia sarà rientrata, qualcuno dei nostri anziani amici verrà ad aprire la porta per chiederci dove sono le pillole e allora ci faremo tutti una bella risata.
Lo psicologo interno della Casa di Riposo Sammy Davis Jr. – che ora incassa sguardi di infermieri, medici e paramedici, dipendenti del settore amministrazione, inservienti e donne delle pulizie non proprio in vena di cogliere il lato positivo della faccenda – è un uomo tutto sommato giovane e ottimista. Non ha mai perdonato al proprio organismo l’impossibilità di coltivare una barba folta e filosoficamente molto rilevante, almeno dal punto di vista di un analista della mente umana che si rispetti, quasi quanto le giacche di velluto con le toppe per i professori universitari. Stretto in un angolo, con i piedi legati con lacci emostatici e tubi per flebo, considera per la prima volta lo strano gonfiore delle proprie caviglie e ritiene di non comunicare a nessuno l’oggetto e il risultato di questa sua osservazione. Dentro questa stanza – della quale nessuno dei reclusi ora ricorda la funzione, poiché spesso la funzione era definita dall’attività e dalla patologia degli anziani presenti nel locale stesso – fa un caldo atroce o forse sembra che sia caldo perché tutti sono molto seccati e appiccicati o ancora forse quella che il personale della Casa di Riposo Sammy Davis Jr. sta sperimentando è in effetti la temperatura dell’ignoto, quella che si genera e si stabilizza in corrispondenza di una linea x quando non si capisce cosa sta succedendo, perché, perché proprio a noi e a che cosa tutto questo ignoto succedere potrà portare. Lo psicologo è molto tentato – sarebbe forse più corretto dire che muore dalla voglia di farlo –  dall’interrogare i suoi compagni circa le loro emozioni, le sensazioni, le ansie di questo momento, convincendoli implicitamente a partecipare ad un esperimento socio-psico-antropologico che gli fa rizzare tutti i pochi peli sul petto. Ritiene invece – valutando come non troppo entusiastiche le reazioni del personale alle sue affermazioni circa la lettura decisamente ottimistica e rilassata della situazione -  di procedere nell’indagine privata che lo vede coinvolto in prima persona e che ha come oggetto se stesso e quegli aspetti dalla propria fisicità che lui già medita segretamente di definire nella trascrizione dei suoi appunti mentali fisicità latente emergente.

Scritto da questacitta

14 ottobre 2011 alle 16:36

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46. Una serie di cose oggettivamente immorali

 

Questa Città vanta – se così si può dire – un rapporto straordinariamente negativo tra fumatori effettivi e fumatori effettivi animati dall’effettiva intenzione di smettere di fumare. Il senso della questione è che su dieci persone le cui giornate risultano scandite dalla sistematica sequenza tabagista di acquisto del pacchetto di sigarette, scarto compulsivo ma controllato – una caratteristica tipica del fumatore è quella di riaffermare inconsciamente, attraverso la misura del gesto, il basso livello in una scala di dipendenza da sostanze in grado di provocare un’abbacinante dipendenza – quindi rimozione elegante dell’involucro di plastica, seguita dalla naturale eliminazione della lodevole protezione in carta d’alluminio, estrazione della sigaretta, ricerca dell’accendino, accensione della sigaretta, boccata e via così, con tutte le varianti del caso introdotte dalle rivoluzioni in fatto di packaging o della preferenza per il fai da te e il contorno economico della scelta del tabacco sfuso nelle sue molteplici epifanie, il senso è che su dieci fortunati estratti all’interno di questa fascia di consumo inevitabile, solo uno si dichiara – e non sempre – intenzionato a deporre le armi per motivi più che altro legati a cose come la paura della morte. Questo accade perché – come dimostra l’analisi di un questionario somministrato da Altria prima di approvare l’investimento sulle sponsorizzazioni in Questa Città – se le persone smettessero di fumare, una serie di disturbi assolutamente ordinari nella vita quotidiana di individui che dicono basta!, come il catarro, il naso costantemente intasato, tosse, ecc… costituirebbero le tappe indesiderate di una via crucis che ha come meta il pieno recupero di una capacità olfattiva sorprendentemente efficace e, in linea di principio, sensibile all’allontanamento da quella che potremmo definire una qualità accettabile dell’aria. Cosa che, in una città che quando piove puzza di piscio, non può certo rientrare tra le cinque più alte priorità della cosiddetta wishlist.
Per questo, qui si fuma e si fuma parecchio. E la commercializzazione di maschere antigas e spray deodoranti – con rapida ascesa in regime di monopolio dell’ormai nota Wayne & Bronson – non ha fatto che toglierci un pensiero, come se di pensieri non ce ne fossero già abbastanza annidati tra i fili elettrici e i cavi scoperti di Questa Città.
Nello svolgimento della mansione di svuotamento dei posacenere sistemati nei salotti, lungo i corridoi, nelle camere e negli angoli relax sui tredici capitoli di quel manoscritto sulla bellezza della ricettività alberghiera che è l’Hotel Sideral, Z è riuscito ad abbozzare un calcolo statistico che si attesta su una cifra media di 413 mozziconi di sigaretta al giorno, la maggior parte dei quali – diciamo pure il 97% – concentrata negli ambienti riservati al personale. La stanza4 metriper 3, identificata tramite una targa d’alluminio avvitata sulla porta come il luogo deputato alla pausa caffé dei dipendenti - luogo la cui concessione viene considerata probabilmente con un eccesso di euforia l’altissimo risultato dell’aspra lotta tra i rappresentanti dei lavoratori del Sideral e la direzione dell’albergo per il miglioramento delle condizioni di vita dei dipendenti sul posto di lavoro – la stanza è arredata molto sobriamente con un divano in ecopelle nera posizionato di fronte ad una macchina del caffé sistemata su un mobiletto di metallo, all’interno del quale sono ordinatamente conservati bicchieri e cucchiai di plastica, confezioni di zucchero, zucchero di canna e dolcificante, pacchi sigillati di caffé, preferiti – con buona pace dei pubblicitari della Nestlè, che c’avevano, eccome, provato – alle più ingombranti scatole di cialde cosicché il divano e la macchina del caffé si trovano nello stesso rapporto spaziale che descrive la posizione dell’osservatore nei confronti dell’opera d’arte nella sala altrimenti vuota di un museo. La macchina da caffè è un classico modello Saeco dotato di un solo accessorio in plastica scura che - accessorio dotato a sua volta di due diversi filtri a seconda che si voglia preparare un solo caffè o due (per la cronaca, il filtro di dosaggio per tazza singola è stato cestinato insieme alla confezione della macchina, perché tutti al Sideral si fanno un caffè doppio) – accessorio che va inserito nell’apposito spazio e agganciato tramite una rotazione da destra a sinistra. Ha un cavo di alimentazione lungo un metro e mezzo, un serbatoio della capacità di poco meno di1,5 litried una pressione della pompa di 13/15 bar. Il peggior difetto della macchina, accentuatosi con l’usura, è la sua rumorosità. Questi dati vengono annotati ogni giorno scrupolosamente da Z con un pennarello rosso su una lavagna magnetica appesa al muro, dopo che, ogni sera, qualcuno li cancella per lasciare spazio alla riproduzione grafica di un fallo in erezione che, col tempo, va facendosi sempre più precisa e realistica. Cosa che Z trova molto affascinante. Il progresso del disegnatore. Non il disegno in sè. Di conseguenza, non presenta alcuna lamentela alla direzione.
Mentre, alle 7 e 27 di un giorno che vi pare, Z sorseggia il suo caffé seduto sul divano in ecopelle, l’enorme cuoco apparentemente muto entra nella stanza e riaccende la macchina, spingendo l’apposito pulsante e celando col corpo il contemporaneo gesto con cui svita l’accessorio in plastica scura. Nell’attesa che la spia dell’interruttore segnali il raggiungimento della giusta temperatura dell’acqua – cosa che normalmente richiede alcuni minuti – il cuoco si siede di fianco a Z, producendo un leggero squilibrio sulla seduta, appoggiando il braccio sinistro sopra lo schienale e – di conseguenza, vista la mole del cuoco, anche nel senso orizzontale di apertura alare – dietro la testa di Z, che così sente molto vicini sia l’odore del caffè pressato nel filtro doppio sia la seconda identità di corpo contundente dell’accessorio in plastica dura e metallo. In questa posizione, il cuoco e Z sembrano quasi due fidanzati al parco, lui col cappello di paglia e un mazzo di fiori di campo in mano, lei coi capelli raccolti in una coda di cavallo e le gambe che giocano a stuzzicare l’aria. Tuttavia, quando il cuoco comincia a scivolare verso Z – che si irrigidisce e guarda dritto di fronte a sè, sperando che la temperatura dell’acqua richiami il cuoco allo scopo originale della propria presenza in quella sala – quando l’ascella del cuoco comincia a sfruttare la perfetta combinazione a incastro comodo con l’attitudine della ruota sulla rotaia, lasciando un striscia bagnata e lumacosa sulla parte alta del divano, aggiungendo a tale gesto, già di per sè – almeno dal punto di vista seppur liberale e laissezfairistico di Z – inquietante, una lenta rotazione della testa verso la testa rigida e affatto ricettiva di Z – riportando in auge l’immagine dei due fidanzatini di cui sopra – l’unica immagine che invece Z recupera nel proprio bagaglio di immagini cinematografico-letterarie è quella di una doccia piena di enormi uomini nudi e tatuati che lo invitano a raccogliere la saponetta. La spia si accende e Z, senza distogliere lo sguardo dalla luce, emette piccoli colpi di tosse ma il cuoco continua a slittare verso di lui. Fino a che la sua enorme testa tonda e rasata di recente – e che ora Z può constatare emana un gradevole odore di crema pasticcera – arriva a contatto con la spalla e la guancia di Z e lì rimane. Col cuoco che russa stremato sulla spalla del tuttofare davanti alla macchina del caffé, la cui spia accesa continua a segnalare il raggiungimento della temperatura ottimale. Il braccio penzoloni dietro lo schienale del divano, la mano che impugna - nonostante tutto saldamente - l’accessorio di plastica, non più farcito della piccola montagna di caffè caduta a terra.

 

Papà?
Cosa fai lì imbalsamato come un pappagallo sul trespolo in bella vista sul comò in radica della nonna? Vieni ad abbracciare il tuo vecchio.
H di Hotel è a dir poco confuso. Il rinnovato panorama urbano sponsorizzato, pur con tutte le sue cavalcanti tonalità sulla breccia della psichedelia a glassare una base cementifera ordinaria e cinerea, l’atmosfera da luna park senza giostre e musichette storte, la misteriosa e comunque a quanto pare abituale puzza di piscio e la riconversione della maschera antigas da strumento d’emergenza a oggetto di tendenza, nonché la curiosa installazione di manichini intravista poco prima di effettuare l’ingresso in quello che, come gli è stato riferito, è il palazzo governativo, niente di tutto questo l’avrebbe potuto sorprendere e turbare – e lo è, sorpreso e turbato – più di trovarsi di fronte, oltre la porta contrassegnata dalla targa che riporta l’iscrizione Charles Bronson, la figura longilinea e perentoria, ancorché inusualmente all’apparenza conviviale, di suo padre. Cioé Charles Bronson. Ovvero – nel senso di vale a dire – John Wayne, che ora avanza verso di lui, con le braccia allargate nella posizione dell’aquila reale, sventolando le mani e le dita come per tirarlo a sè.
Che c’è? Non lo dai un abbraccio a tuo padre?
Beh, veramente, sono un po’ confuso.
Figliolo – Charles Bronson, che per comodità chiameremo John Wayne, abbassa un braccio e piega l’altro, infilando la mano sotto il gomito sinistro di H di Hotel, prendendolo – come dire – a braccetto e trascinandoselo in giro per la stanza, utilizzando la mano libera per tracciare nell’aria complicate illustrazioni che vorrebbero essere la traduzione visiva delle sue parole di inestinguibile amore paterno e di riassunto parziale e inevitabilmente partigiano delle puntate precedenti. Si assicura che le buste con il denaro siano sempre state gonfie e puntuali e lo squadra, affermando che, certo, sarebbe stato troppo pensare di vederlo in forma smagliante e decorosamente vestito, date le circostanze, e che c’era una volta eccetera eccetera e che è davvero contento di vedere che dopotutto se la passa bene, nel senso – ma questo non lo dice – che è ancora vivo, e che sono successe cose grandiose e inaspettate e che molte altre potrebbero succederne se solo lui decidesse di tirarsi su i pantaloni e di dare una mano al suo vecchio. H di Hotel non può fare a meno di notare che suo padre sta abusando della formula tuo vecchio in riferimento a se stesso, cosa che trova particolarmente strana. Non più strana, comunque, di quello che sta per chiedergli, dopo essersi seduto sulla monumentale poltrona girevole di comando, averlo invitato ad accomodarsi di fronte a lui ed offerto un sigaro o magari una sigaretta, non certo più strano cioé della domanda – pronunciata con un’espressione fin troppo bonaria e ammiccante per essere vera – Ti diverti ancora con le esplosioni?
H di Hotel si irrigidisce e affonda nella sua poltrona di visitatore, con un sospiro che trasmette un profondo senso di stanchezza come se gli fosse stata presentata una questione con la quale pensava di non doversi più confrontare. Come se non se ne fosse già discusso a sufficienza. Allora è per questo – dice – è per questo che sono qui?
John Wayne scuote la testa, allargando le labbra il più possibile. La finestra è chiusa e qualcosa all’esterno fa tremare leggermente il vetro. Un’ombra taglia l’interno dell’ufficio in due metà complementari di gradazioni diverse dello stesso colore.
Ti ho già detto che è stato un incidente. Ammesso che tu voglia parlare della storia della Piscina. Un incidente per il quale ho già pagato un prezzo abbastanza alto. E si tasta lo spazio vuoto tra il medio e il mignolo.
John Wayne si sporge verso la mano pari. Ah, certo…come sta la mano? E’ guarita la ferita?
Diciamo che si imparano tante piccole cose sull’utilità di un singolo dito, quando perdi almeno un dito.
Certo. Comunque, figliolo, non preoccuparti, come sai ho messo a posto tutto io. Avevo riconosciuto il tocco. E’ stato un incidente, una ragazzata. E poi, ricordati, quel dito è meglio non averlo, in caso ti venissero strane idee…hai capito cosa voglio dire? Hai capito? E ammicca ripetutamente.
Insomma, papà, spiegami cosa vuoi.
Noto con piacere che non porti più quelle vecchie scarpe da tennis. A dire il vero, sembra che tu non indossi niente ai piedi.
Cosa vuoi, papà?
Ecco, la questione è un po’…complessa. Te la faccio breve, così non ci pensiamo più. Ci sarebbe da fare un giretto per i miei alberghi allo scopo di concepire un sistema di esplosione contemporanea…
                     Sei pazzo?
                     degli stessi.

Ti vedo spaesato. La cosa ti turba?

Fumati un sigaro.
H di Hotel non ha mai avuto un senso della morale particolarmente elevato. A dire il vero, ha dubbi sul concetto stesso di moralità e sulle sue possibili applicazioni nel quotidiano contemporaneo. L’ha sempre associata a una cosa tipo religiosa e  non si è mai dovuto confrontare troppo con l’argomento, una volta chiuso il cancello sulla strada numero 87 di quella che lui apprende oggi essere Questa Città. Tuttavia, ci sono una serie di cose che H di Hotel ritiene oggettivamene immorali, come le magliette a maniche corte con incorporate le magliette a maniche lunghe, i pantaloni pieni di cerniere, i matrimoni lussuosi con i tavoli tematici e i giochi organizzati dalle amiche della sposa, i wedding planners, i personal trainers, il coaching, la coca cola alla ciliegia, le merendine con la glassa verde, le bibite all’aroma di e la parola solubile associata ad una bevanda, le scarpe a punta – come quelle indossate in questo momento dal suo vecchio, per intenderci – i regali improvvisati pur di avere qualcosa tra le mani per le feste comandate, i maglioni di pile, i pasti tutti insieme per forza anche se non abbiamo fame, la pizza del sabato sera, i Call Center, i numeri informativi a pagamento e i treni ad alta velocità in quanto ottimi conduttori di gastrite. In particolare trova che i treni ad alta velocità, i preferiti dai manager delle grandi e delle piccole aziende, non provochino la gastrite ma ne siano semplicemente un conduttore. Ad ogni modo, sebbene la proposta del suo vecchio sia quantomeno oscura, specie nelle motivazioni – che tra poco gli chiederà, senza ottenere risposta – decide che la cosa non è del tutto immorale e come al solito pensa che questo è meglio di niente, che è poi quello che ha, specie se a chiederti un favore è il tuo vecchio, che ti ha invitato con la cinghia in mano a sparire ma che alla fine i soldi te li ha sempre mandati, a patto che non ti facessi più vivo.
Quindi dice Ok, non c’è problema.
John Wayne si dà un vigoroso schiaffo sulla coscia e tende una mano verso H di Hotel, che ricambia distrattamente, gettando un’occhiata ad un contenitore di caramelle e cioccolatini. E in questo momento, che – penserà poi H di Hotel – è la cosa più vicina al classico momento padre e figlio delle serie americane tipo Famiglia Bradford che gli sia mai capitata, una di quelle in cui il bambino viene trascinato in giardino a giocare a baseball o a fare due tiri contro il canestro fissato sopra il portellone del garage e il genitore appare estremamente coinvolto grazie ad un’inquadratura che stringe su quello che sembra uno sguardo particolarmente commosso e denso d’orgoglio e sentimenti profondi ma difficili da comunicare e lo spettatore è invitato ad immaginare che la cosa sia molto importante e significativa almeno per una delle due parti – in questo momento, John Wayne assume un’espressione facciale quasi irreale che è un po’ come se qualcuno avesse tagliato tutte le cime dei cavi che consentono la tensione della sua epidermide, in modo che tutte le rughe compaiono una dopo l’altra e sembra quasi uno di quei cani a crinoline, assume quest’espressione e dice ti voglio bene, figliolo. Il che getta su tutta la faccenda uno strato di qualcosa che – penserà sempre poi H di Hotel, finendo per chiedersi perché a certe cose si pensa ogni volta in ritardo – la cosparge di un velo di zucchero a velo di marca scadente che basta bagnarlo un attimo ed è già solo una passata di colla insapore, terribile in un’ottica alimentare ma ottima per tenere insieme bugie molto grosse.
Per la cronaca, questo avviene quando noi, recuperando un vecchio giornale d’epoca, apprendiamo che il Tour de France non è ancora partito e che, a quanto pare, il tempo sta dando i numeri a livello globale, con ennesima disfatta delle previsioni meteorologiche, infilate nelle bocche ben fatte di speaker molto avvenenti, che ancora una volta hanno toppato alla grandissima.

Scritto da questacitta

15 settembre 2011 alle 16:56

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45. Down and Looking Dog

 
Foglio di Registro n. hB273221
Trascrizione critica di nastri a cura del servizio Trascrizione Critica Nastri
Trascrizione parziale di nastro magnetico tipo minicassetta Philips 30 minuti per registrazione verbale numerato #1/10, di serie da #1 a #10 rinvenuta a seguito dell’ispezione su mandato autorizzato dell’appartamento identificato con numero di interno 12, al numero 3, Strada 111.

 

VOCE MASCHILE, esitante, tono basso - «Allora…dove sei stata ieri?»
VOCE FEMMINILE – mugugnante: «mhm»
VOCE MASCHILE – «Aspetta…lo metto un po’ più vicino…»
VOCE FEMMINILE – «mhm…ggh…»
Seguono 7 minuti e 26 secondi di silenzio
VOCE FEMMINILE  – «Mamma…»
VOCE MASCHILE – «Brava…sei stata da tua madre?»
VOCE FEMMINILE  – «ggg…»
VOCE MASCHILE – «Cazzo…non sembra così difficile nei film.»
VOCE FEMMINILE  – «…»
VOCE MASCHILE – «Provo così…Parla, maledetta puttana!»
VOCE FEMMINILE – «mhm…»
VOCE MASCHILE – «E allora no….»
Segue silenzio fino al riavvolgimento del nastro.

 Commento critico – L’uomo intende estorcere informazioni alla donna mediante la nota tecnica detta Registrazione Dormiente. Pare evidente il carattere amatoriale dell’operazione, che risulta fallimentare. Impossibile risalire alla natura delle informazioni desiderate dall’uomo. L’uomo non ottiene materiale utile. Alta incompetenza del soggetto registrante, che non si avvale nemmeno delle più rudimentali tecniche di induzione alla confessione inconscia.

 

 

Gino Paoli si slaccia i bottoni della camicia, uncinando contemporaneamente la giacca sopra la spalla destra e accendendosi una sigaretta con un movimento così rapido e automatico che ad un qualsiasi essere umano diverso da Gino Paoli richiederebbe la disponibilità di un terzo braccio per essere replicato. Guarda la strada di fronte a sè attraverso le ampie lenti oscurate dei suoi occhiali e sbadiglia, scomparendo dietro a una nuvola di fumo che – davanti a quei baffi ingialliti – sembra il vapore che avvolge la parte anteriore di un vecchio treno che arriva in stazione, con un gran stridore di freni e la gente ferma sul binario ad aspettare di vedere che succede.

 

 

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Silenzio per circa tre minuti.
VOCE FEMMINILE 1 diffusa presumibilmente da altoparlante di un televisore, accento straniero, tono affannato – «Sei pronta allenarti oggi? Cominciamo con piccolo riscaldamento, perché noi dobbiamo prima riscaldare nostre spalle con bastone. Ecco cominciamo con cerchio più stretto, poi più largo, ecco, sempre più largo per riscaldare muscoletti…non muscoloni…quelli di cuffia rotatoria..cose che servono per noi donne…movimenti piano…che ti permettono a risvegliare corpo…ecco, sei pronta? Ancora indietro, facciamo otto…E uno, avanti, senti il calore intorno in tua cuffia rotatoria? Riscaldamento serve per riscaldare muscoli, evitare strappo o stress…da qua, piccolo circolo…ancora, tre…e quattro…e quattro..ancora…due…e uno…questo serve per prossimi movimenti»
VOCE FEMMINILE 2, tono seccato – «Che palle…»
VOCE FEMMINILE 1 – «Allora, cominciamo allargando le gambe, mani scendono, il coccige scendono, addominali salgono, il sorriso si alza»
VOCE FEMMINILE 2 – «Oddio…ma come si fa…»
VOCE FEMMINILE 1 – «…nostre mani per terra…rimanete rilassate su corpo..inspiro, allungo la schiena, espiro eee…scendiamo giù…flessione, risucchiamo pancia in su..pensiamo di piccicare nostro ombelico alla pancia su…scendi scapole e schiaccia quattro volte, due ancora uno…andiamo in quella che chiamiamo cobra…pianta piede indietro in down and looking dog…scendi! Senti potere di tua spina dorsale…Scendo, stendo, piego, stendo, quattro…cinque…sei…otto…addominali tesi…pieghi stendi…tre..quattro..se sei stanco, recuperi…non c’è problema..schiaccia gluteo…push up pose…»
VOCE FEMMINILE 2 – «E certo…push up pose…»
VOCE FEMMINILE 1 – «Se sei stanca…poggia te per terra…noi ancora invece…andiamo in cobra…usa ossigeno per aiutarti meglio down and looking dog..schiaccia gluteo, abbassa spalla…stendo, tre…quattro…cinque…sei…sette…e…otto..coscia alta, solo stinco si muove…sorrisi…ancora…siamo su otto…spingi indietro..schiaccia…brave…brave… appoggia…più veloce adesso…ultima volta…divarichiamo…vai vai vai…di nuovo cobra…non esagerate con occhi…e rimaniamo in powerful pose…guarda mani e saliamo…bellissimo, vero?»
VOCE FEMMINILE 2 – «Powerful…»
VOCE FEMMINILE 1 – «Come ti senti? Sei stanca? Bevi acqua…Prossimi esercizi con sgabello, sedia di casa, divano, scegli tu…per glutei…addominali tesi per lavorare nostro tricipiti…che possono provocare fastidioso senso di grasso dietro braccio…che non ci piacciono vero?»
VOCE FEMMINILE 2 – «Che schifo…»
VOCE FEMMINILE 1 – «E stendo, allungo le gamba, sento potere che c’hai proprio in tua gamba e tuo gluteo…piede a martello, ancora più parallelo con nostro sedia, nostro appoggio, estendo coscia gluteo, spingo tutta la gamba, concentratevi…uuuh…spingi..eight, seven, six, five, four, tre…altre otto…relax…ricupero…ricuperate…con altra gramba…piego, stendo, piego, stendo…»
VOCE FEMMINILE 2 – «Cazzo, devo ricordarmi di stendere il bucato…»
VOCE FEMMINILE 1 – «E continua…facciamone altre quattro…piego, stendo..e adesso andiamo…spingi…che fai i muscoli! Eight…seven…senti qua…dammi altre otto…noi dobbiamo fare tre…ti ho detto…usa tuo appoggio preferito…facciamo dodici…ricordate che spalle indietro e petto alto, sempre respirare..a volte persona dimentica respirare…»
VOCE FEMMINILE 2 – «Sembra rischioso…»
VOCE FEMMINILE 1 – «Eight…Seven…Six…Five…addominali tesi…così ti tiri tutto il su…adesso flexi il piede…curva leggermente in avanti…Io sono sicura che domani sentirai più tonica e un po’ farai ah…per cui ti dico, ancora non finito…adesso veloce..and eight, seven…senti qua…four…three..two…calcio indietro…pensa tutte persone che ti hanno fatto arrabbiare oggi e dai calcio indietro e dammi altre otto…Se volete bere un po’ di acqua, fallo pure…»
Rumore di una porta che si chiude.
VOCE FEMMINILE 2 – «Ciao…»
VOCE FEMMINILE 1 – «Dai, ancora…a filo di nostro appoggio»
VOCE MASCHILE – «Ciao, ancora la negriera americana? Guarda un po’ cosa…» rumore di labbra a contatto. Presumibilmente trattasi di scambio di bacio labiale.«..cosa ti ho portato…»
VOCE FEMMINILE 1 – «…per i prossimi due serie noi andiamo concentrare su cuscino e nostri due pesetti»
VOCE FEMMINILE 2 – «Cos’è?»
VOCE FEMMINILE 1 – «Questo è un movimento che io ho attinto da Pilates…»
VOCE MASCHILE – «Et voila! »
VOCE FEMMINILE 1 – «Ancora…tu appoggi braccio…»
VOCE FEMMINILE 2 – «Un’ anguria!»
VOCE FEMMINILE 1 – «Sorrisi, mi raccomando..sorrisi sempre!»
Il nastro si riavvolge.

 Commento critico – Alla luce dei fatti, è probabile, se non addirittura certo, che la ragazza reale – non quella replicata dall’altoparlante – sia impegnata a trascrivere – compito di cui, lungi da qualsiasi interesse di categoria relativo alla richiesta di un aumento della retribuzione da tenere presente nel rinnovo contrattuale come da richiesta segnalata nell’ultima circolare, non mi stancherò mai di sottolineare l’importanza ai fini del successo di un’indagine particolarmente complicata – e a decodificare il messaggio criptato nello slang aerobico della ragazza replicata. Non è questo il luogo per approfondire la questione. Il ruolo dell’uomo appare irrilevante.

 

 

Rannicchiato nella sua trincea angolare, un F progressivamente sempre più pallido e inconsapevole – per via della strategica angolazione di una serie di specchi che consente di vedere ogni spazio dell’appartamento ma non certo la propria faccia – inconsapevole dell’incredibile avvicinamento delle proprie occhiaie a quelle che un tempo erano guance rosee e paffute che avrebbero fatto la gioia delle dita a pinza di qualsiasi zia in vena di testare l’incomparabile elasticità della pelle sul volto del nipotino, rintanato nel suo angolo da guerra domestica, F sta facendo i conti con quella che gli esperti chiamano caduta traumatica delle illusioni e successivo crollo nervoso. Con un’ingegnosa purché rudimentale modifica strutturale all’ingengoso purché rudimentale sistema composto di cannucce del quale si serve per bere l’acqua del cesso – modifica tesa ad irrigidire e rafforzare la struttura stessa – ha acceso la televisione sul canale tematico delle previsioni meteorologiche e commenta con se stesso le temperature dei prossimi sette giorni. Come animato da un’ overdose di carica a molla polemica francamente inspiegabile.

 

 

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 VOCE MASCHILE – «Allora ciao. Io vado.»
VOCE FEMMINILE filtrata da un ostacolo fisico, presumibilmente una porta socchiusa – «Sì, ciao. A dopo».
Rumore di una porta che si chiude. Rumore di una doccia. Musica. Segue così per circa 4 minuti e 12 secondi. Accensione di un phon.
Rumore di una porta che si riapre.
VOCE FEMMINILE – «Mi hai fatto paura».
Il phon si spegne.
VOCE MASCHILE – «Scusa, mi ero scordato le chiavi della macchina».
VOCE FEMMINILE – «Vieni qui».
VOCE MASCHILE – «Sono…qui.»
VOCE FEMMINILE – «Sei bello lo sai?»
VOCE MASCHILE – «Ah sì?»
VOCE FEMMINILE – «Sì. E smettila di fare quella faccia ogni volta che te lo dico. Accarezzami…»
VOCE MASCHILE – «mhm-mhm…»
VOCE FEMMINILE – «Oggi non mi danno fastidio le carezze…ieri sì…Cosa c’è? Ti ho detto che oggi non mi danno fastidio».
VOCE MASCHILE – «Non si può avere sempre quello che si vuole».
VOCE FEMMINILE – «Invece sì».
VOCE MASCHILE – «Prendi esempio da me».
VOCE FEMMINILE- «Sei uno stronzo».
VOCE MASCHILE – «A volte penso che tu non riesca a capire quanto sia doloroso. Sono uno stronzo che si è scordato le chiavi della macchina e che adesso se ne deve andare».
VOCE FEMMINILE – «Vaffanculo».
VOCE MASCHILE – «Ti faccio sapere. Ciao».
Rumore di una porta che si chiude. Il phon si riaccende.
Segue silenzio fino al riavvolgimento del nastro.

 Commento critico – Gli psicologi della coppia consultati hanno consegnato noiosi rapporti di svariate pagine che concordano sull’elemento di crisi del rapporto generata da una mancanza di fondo, come si intuisce dall’accenno dell’uomo. La natura di tale mancanza – che non nascondiamo abbia suscitato il nostro interesse, solleticato la nostra curiosità e dato vita ad un giro di scommesse interno all’Unità di Trascrizione - rimane tuttavia ignota.

 

 

In un luogo non meglio identificato e tenuto non casualmente segreto, un pedofilo di 83 anni sta scrivendo le proprie memorie, utilizzando per la prima volta in vita sua la macchina da scrivere ereditata dal padre, giornalista di cronaca nera presso il più prestigioso dei quotidiani che furono nazionali. Il suo battere sui tasti è incerto ma - rispetto agli esordi – il tempo di chiusura di un periodo si è notevolmente ridotto. Un tubetto di dentifricio strizzato in maniera non funzionale al consumo del dentifricio stesso dal fondo in direzione del foro di uscita giace sul bordo del lavandino del bagno. La parte visibile del foglio recita così: Se fossi capace di interpretarti come si interpretano, seppure in modo spesso indiscriminato e non verificabile, i sogni, forse avrei meno dubbi. Se fossi capace di non interpretare come un segno di rifiuto questo gesto di chiudere le gambe non appena le mie dita sfiorano le tue ginocchia, forse sarei più f

 

 

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VOCE FEMMINILE, tono rotto dal pianto, seccato - «Vorrei che fossi qui per spiegarmi cosa significa tutto questo».
Seguono 29 minuti e 40 secondi di silenzio prima del riavvolgimento del nastro.

 Commento critico - L’uomo, che nella registrazione in questione non compare, è stato presumibilmente scoperto nei suoi intenti indagatori. E’ probabile che questo sia l’ultimo contatto tra l’uomo e la donna. Il che sarebbe coerente con l’irreperibilità della stessa. Irreperibilità, che d’altra parte, descrive correttamente anche lo stato attuale dell’uomo.

 

 

Un trio di spacciatori noti nel quartiere delimitato dalle strade tra la 112 e la 1, per via delle loro caratteristiche fisiche, di gesti e abitudini o del loro look all’apparenza trasandato ma in realtà curato fin nei minimi dettagli, noti, appunto, come Il Marinaretto, Bronchenolo e Caschetto, si aggirano per vicoli scarsamente illuminati e giudicati dalle Corporation come non idonei alla sponsorizzazione, gesticolando e discutendo animatamente con fare manageriale dell’andamento del mercato degli stupefacenti.  Il Marinaretto giudica rischioso investire sulla ripresa dell’assenzio, il cui ritorno in auge gli sembra semplicemente frutto del capriccio momentaneo di una nicchia di consumatori, che ben presto perderà la forza caratteristica del vintage, producendo un rapido rientro del fenomeno nella dimensione e nella natura della nicchia e della moda passeggera di un momento di distrazione da ciò che più conta. Bronchenolo e Caschetto annuiscono in segno di approvazione.

Scritto da questacitta

25 agosto 2011 alle 12:24

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44. Sempre caldo oltremodo
A un quarto d’ora dall’inizio della discesa, Doc McGhee fa quello che fa di solito Doc McGhee a un quarto d’ora dall’inizio della discesa. Poiché la pressione bussa al suo occhio destro con la delicatezza di un ariete medievale, coinvolgendo in breve tempo la mandibola, l’orecchio e a ruota tutta la parte della faccia che alcuni giornali dedicati alla vita dei vip sostengono accanitamente sia in effetti il suo lato migliore, Doc – bisogna dire che Doc aveva provato a risolvere questo problema, sottoponendosi ad una seccante serie di trattamenti presso una nota stazione termale che comprendeva sedute di aerosol in una stanza piena di vecchi che scatarravano (il che lo faceva sentire, per via della disposizione delle macchine e delle postazioni separate da pannelli di plastica, come in una specie di call center in cui erano impiegati solo vecchi che rispondevano alle chiamate tramite impulsi catarro-sonori lanciati attraverso tubi di vetro infilati nelle narici), alle quali sedute di aerosol seguivano test all’orecchio che lo costringevano per circa dieci minuti in una cabina a schiacciare pulsanti e a pronunciare frasi di conferma, prima di passare alla fase di detonazione di eventuali sedimentazioni di cerume, rivelatasi in ogni frangente assolutamente inutile – quando il pilota annuncia l’inizio della discesa, il che avviene circa quindici minuti prima di toccare terra, e le hostess percorrono il corridoio sfiorando con le mani i sedili e controllando col sorriso sulle labbra a destra e a sinistra che tutti abbiano le cinture allacciate come da icona luminosa, Doc chiede con gentilezza al vicino di posto che sta alla sua destra, chiunque esso sia, di lasciargli appoggiare la testa sulla spalla e di non preoccuparsi se ad un certo punto sentirà una certa pressione, perché – gli spiega – vuol dire che lui (Doc) sta, come dire, usando la spalla in vece di scudo, infilandola nella cavità oculare, a contatto con l’occhio, mentre tutto il resto della faccia sfrutta il resto del braccio che dalla spalla va al bicipite per arginare gli attacchi della pressione. Se la lacrimazione che tutto questo provoca, danneggerà la giacca o il vestito del vicino o se l’intera operazione lo turberà oltremodo, Doc si offre di saldare il conto della tintoria o di occuparsi delle cure necessarie a superare il trauma. Comunque, insomma. Paul Stanley è piuttosto abituato a questa scena. E – sebbene Doc non abbia fornito alcuna spiegazione in merito alle motivazioni del viaggio, alla destinazione e ai vantaggi di questa fantomatica data, fingendo pateticamente di dormire per una quantità incalcolabile di ore – nonostante tutto questo, quando Doc McGhee spinge la cavità oculare contro la sua spalla sinistra, Paul Stanley non fa una piega e si limita a osservare, fuori dal finestrino, un panorama che gli sembra di non avere mai visto prima e che, in tutta onestà, non trova né diverso nè uguale da nient’altro ma, semplicemente, estraneo.

 

Ti dico solo una cosa. Ora me ne andrò in bagno a fare una di quelle cagate che ti fanno stare meglio. E voglio sperare che sia proprio questo il problema. Solo mal di pancia, dovuto a questa cagata che ho in canna. Quando tornerò…Me ne frego. Me ne frego. La Qualità prima di tutto. Quante volte…ma che cazzo dici! Sai che non è vero…Ah sì? Bene….Sì, ho detto bene. John Wayne è in piedi nel suo studio con la finestra affacciata sul Centro del Centro e cammina avanti e indietro stringendo un telefono nella mano destra e la cornetta di un telefono nella mano sinistra, trascinando il lunghissimo filo intorno alla scrivania e ovunque il suo vagare in cerchio finisca per portarlo. Il filo è talmente lungo che ancora non si è teso. Gesticola, agita le braccia e le mani occupate, tossisce, lancia occhiate verso l’alto, digrigna i denti, mima con le labbra imprecazioni che nessuno può sentire. Poi rotea gli occhi verso destra. Ed è in questo momento che il suo sguardo incontra l’immagine che riempie il monitor collegato in diretta con la telecamera dell’aeroporto di Questa Città, cioé del suo aeroporto personale, dal momento che nessuno sa o immagina che oltre l’estrema periferia di Questa Città ci sia in effetti un aeroporto, altrimenti, diciamo noi, a qualcuno sarebbe pure passato per la mente di fare la valigia e di salutare tutti col fazzoletto. Invece, solo John Wayne – che guida l’elicottero come un cazzo di pilota professionista, tanto che l’elicottero non ti sembra neanche un elicottero ma un avvoltoio che arriva e neanche te ne accorgi – solo John Wayne è a conoscenza dell’esistenza di questo aeroporto. E lo usa solo lui. Lo usa per portare avanti e indietro le persone che gli interessa sappiano dell’esistenza di Questa Città, dopo averle bendate o essersi assicurato tramite un modulo con contratto e clausole di ferro che nessuno riveli a nessuno la posizione di Questa Città e quello che è successo in Questa Città. Però, in generale, preferisce bendare le persone. E’ una cosa sua. Gli piace e basta decidere quello che la gente può vedere e quando può vederlo.. Comunque insomma, quando John Wayne vede lo schermo riempirsi di un aereo che atterra nel suo aeroporto, e poi il suo aeroporto riempirsi di persone che scendono dall’aereo appena atterrato senza permesso nel suo aeroporto, John Wayne diventa rosso e stacca la cornetta dall’orecchio cosicché la voce all’altro capo del filo gracchia come una radio rotta nella stanza, cosa che a John Wayne non importa in nessun modo conosciuto, perché ora si sta avvicinando al monitor e lascia cadere del tutto il telefono a terra – con un suono tipo sdeng – e afferra il monitor tra le mani e lo alza e praticamente ci finisce con gli occhi dentro. E dice qualcosa come: E questo, che cazzo è questo?

 

La pista grigia e vuota, il rumore violento dei motori che si raffreddano, ciuffi d’erba che non vedono la falciatrice da anni tremano come se avessero i brividi, mossi dal vento, i tecnici delle luci, i fonici, gli assistenti dei fonici, i fonici da palco e gli assistenti dei fonici da palco, i ragazzi dell’ufficio stampa, i massaggiatori e i pranoterapeuti, il cuoco personale di Paul Stanley, Paul Stanly, Eric Singer, Tommy Thayer, le nuvole di vapore che rivelano una temperatura piuttosto bassa che si mescolano alle nuvole di fumo di sigarette assaporate fino all’attacco del filtro, il portellone dei bagagli aperto e altri tecnici che scaricano con mestiere amplificatori inscatolati in custodie ultraresistenti e guardaroba di chitarre a scomparti, bassi, meccaniche cromate di batterie molto costose, servizi di piatti, rullanti, timpani, tom, scenografie, microfoni, cavi, costumi di scena, luci, mixer con un numero spropositato di canali. Doc McGhee se ne sta in disparte e guarda la sua vita su una pista d’atterraggio deserta. Pensa che se la fortuna lo ha portato in questo posto, probabilmente ha fatto la cosa giusta. I Kiss lo guardano e scuotono la testa. Tutti insieme. Lo fanno davvero. A un certo punto, Paul Stanley convince Eric Singer a farsi una corsetta verso Doc, per sentire se Doc ha perso la lingua o se alla fine l’ha ritrovata e dopo averli trascinati qui, cioè chissà dove, ha voglia di fare due chiacchiere e parlare un po’ del tempo pessimo che il cielo sembra promettere, dell’inquietante puzza di piscio che sale come se ci fosse qualcuno a soffiarla dal basso verso l’alto, o di Gene, di dove cavolo sia Gene, del perché non sia stato detto niente a nessuno come se il loro non fosse solo un rapporto basato su tanti soldi ma anche una relazione saldamente fondata su un’estrema forma di fiducia verso chi ti fa fare tanti soldi. Eric Singer, con le mani in tasca a stringere il cappotto ancora di più al corpo, corre senza scomporsi verso Doc. Paul Stanley e Tommy Thayer lo guardano parlottare con Doc, fare sì con la testa e tornare indietro così come era venuto. Lo hanno seguito con lo sguardo, da quando è partito a quando è tornato tra loro, hanno seguito il movimento della mano dentro la tasca per estrarre una sigaretta dal pacchetto e portarla fino alle labbra, poi quello dell’altra mano a cercare l’accendino, la fiamma, le labbra, il suo sorriso un po’ forzato che infatti forse non è un sorriso ma una smorfia creata dalla combinazione della boccata e del freddo. Paul Stanley gli dà un cazzotto sulla spalla e gli dice E allora?
Allora che? ribatte Eric Singer guardando il pugno che si ritira, con quella voce un po’ affaticata di quando si parla mentre si fuma, facendo uscire dalla bocca una fila di parole in apnea e poi il fumo.
Che ti ha detto? Paul Stanley parla a voce bassa perché non vuole apparire nervoso. In quanto lui tiene molto al fatto che l’entourage dei Kiss consideri Paul Stanley una persona misurata che sa sempre comportarsi e che – anche se tu sei l’ultimo dei truccatori – ti rispetta e si comporta bene e magari ti fa anche l’autografo su una foto di Paul Stanley e ci sta pure che ti regali un plettro o una corda spezzata.
Eric Singer ci pensa un po’ e risponde Chi? Doc? Non lo so. Niente.
Ma sei scemo? Ti ho visto parlare con lui appena un secondo fa.
No. Non parlava con me – Eric Singer si volta verso Doc, che gesticola e disegna una retta in aria con le dita – Era al telefono. Parlava con Gene.

Che dice? Che dice?
Dice che è qua.
E dove?
Dice che non lo sa.

D’altra parte non lo si può non comprendere.
Sì.
Però…
Però?
Però ha detto che stava arrivando una macchina e che stava scendendo un tizio con gli stivali.
Mhm…
Ha detto che la macchina è arrivata sgommando, facendo, sai, quei rumori che fanno le macchine nei film con gli inseguimenti…
Sì, ho capito, tipo iiih…
Esatto, sì… e che per poco non investiva due tecnici.
Ah…
Sì, ha detto “Come inizio non c’è male”. Poi, prima di riattaccare, ha detto “Quest’uomo con gli speroni sembra contrariato. Ti richiamo”.
E poi ha messo giù.
Sì.

Però prima ho sentito una voce nuova che diceva qualcosa come “E voi chi cazzo siete? Chi cazzo siete voi?”

John Wayne si aggiusta la camicia, perché nella concitazione ha anche dimenticato di prendere il cappotto e quindi – se già fa freddo – il fatto di avere la camicia fuori dai pantaloni – oltre ad essere una vigorosa deviazione dalla sua personale interpretazione dello stile – contribuisce a formare un varco che mette a disposizione della corrente gelida un comodo corridoio d’accesso al suo corpo sempre caldo oltremodo. Mentre con le dita spinge il tessuto dentro i pantaloni, si guarda intorno e cerca di intuire in minima parte che cosa stia succedendo, in modo da non tradire un’eccessiva sorpresa o da negare quella famosa convinzione popolare che lo vuole sempre informato e pronto a reagire. In realtà, per quanto ci provi, John Wayne non ha neanche una lontanissima idea di come questo aereo che gli sta a pochi metri e queste persone abbiano fatto a individuare il e ad atterrare nel suo aeroporto. Nella sua città ben celata. Nell’estrema periferia del suo regno sponsorizzato.
L’uomo che gli sta di fronte, che ha reagito alla sua avanzata da carroarmato parecchio incazzato con una calma, no, con una noncuranza al limite dei motivi validi – secondo il documento in materia stilato dallo stesso John Wayne – in pericolosissimo equilibrio sul filo di una dichiarazione di guerra, l’uomo che gli sta di fronte ha riattaccato il telefono con un atteggiamento interpretato dallo stesso John Wayne come l’atteggiamento di una persona costretta a riattaccare sibilando una frase del tipo ‘scusa, devo riagganciare, c’è un rompicoglioni. ti chiamo dopo’ che sottintende il fatto che lui, John Wayne, sia appunto un rompicoglioni. Eppure, l’uomo che se lo è visto arrivare di gran carriera a pochi centimetri dal naso con un sorriso ambiguo che avrebbe agghiacciato anche il più spietato dei serial killer, quell’uomo ha sfoderato un sorriso ben più rassicurante ed amichevole, ha teso la mano per ricevere la sua e ha detto Buonasera Signore, io sono Doc McGhee, questi dietro di me…ehi ragazzi, fate un saluto al signore…questi sono Paul…Eric..dai Eric, saluta…e Tommy…questi sono i Kiss. Noterà che manca Gene Simmons che in effetti, beh, come dire…era già qui. E quindi, dicevo, se avrà la gentilezza di portarci da chi comanda, avremmo una proposta che Questa Città – se è in effetti quella che penso io – non potrà rifiutare.
Allora, John Wayne ancora sta pensando a cosa gli convenga fare. Continua a mettersi a posto la camicia, anche se la camicia è già a posto e il tessuto tira sotto le ascelle e appena alzerà le braccia o farà un qualsiasi movimento il cotone si rilasserà un’altra volta, vanificando la nervosa e complessa manovra di aggiustamento di cui sopra. Dice Certo, i Ritz…e nel frattempo pensa se ha mai sentito parlare dei Rtiz, dal momento che qualcosa il nome gli dice ma l’immagine che ne ha in testa è totalmente diversa. Getta occhiate a destra e a sinistra oltre le spalle di questo Doctor Brie e incrocia gli sguardi accavallati dei gruppetti di persone – alcune delle quali vestite ed acconciate in maniera quantomeno discutibile, secondo i suoi rigidi criteri di decoro – incrocia sguardi singoli, parti di uno sguardo cumulativo portatore di una cumulativa domanda di chiarimenti e spiegazioni, salta le spalle di giubbetti di pelle lisi e di ataviche magliette ricordo di memorabili tour mondiali di gruppi metal e hard rock, code di cavallo a raccogliere lunge ciocche di capelli che sembrano voler negare l’evidenza di oceaniche stempiature, bracciali borchiati e nuvole di fumo, li salta dopo averli scannerizzati e per un attimo, col suo occhio bionico – dopo l’operazione in seguito all’incidente che tutti conoscono bene – cattura l’immagine bizzarra di cinque figure antropomorfe – o quasi – appiccicate all’alta recinzione della pista, oltre il prato incolto. Cinque figure di quelli che gli sembrano un adolescente con lo zaino sulle spalle, una ragazzina con un’ enorme protuberanza in mezzo alla fronte, una sagoma dondolante, un bambino che sputa in continuazione qualcosa e una …cosa apparentemente informe e nera sovrastata da un ombrello, cinque figure che identifica immediatamente come un problema ma che – al momento – preferisce considerare come un problema minore rispetto a quello che ora gli si pone davanti, sotto forma di plotone in attesa bagnato di gocce di pioggia in arrivo e dall’ombra di un aereo che respira per recuperare il fiato dopo una corsa a rotta di collo.
Doctor Brie, dice John Wayne, togliendo le dita dai pantaloni e appoggiando le mani sui fianchi,
Doc McGhee, lo corregge Doc McGhee, con un sorriso che la dice lunga sulla sua esperienza in fatto di public relations.
 …lei vuole sapere chi comanda ma chi comanda vorrà sapere, questo lei lo potrà capire, come e perché lei e la sua nutrita truppa di eccentrici amici siate arrivati in questo aeroporto – che, ci terrei a precisarlo, è un aeroporto privato – e per quale ragione lei e i Ritz non abbiate avvertito la torre di controllo del vostro imminente atterraggio…Vi sarebbero state date istruzioni in merito.
Gentile Signore, il capitano Flanghan O’Reilly ha tentato di mettersi in contatto con la torre di controllo ma rispondeva una segreteria telefonica che suggeriva di digitare un tasto per procedere all’affitto di una zona a scelta di Questa Città…
Quello è il test per un servizio che stiamo ancora rodando. Avreste dovuto chiamare me.
Allora è lei che comanda?
Forse.
In che senso ‘Forse’?
Nel senso che potrebbe essere così. Ma quante cose potrebbero essere quello che in realtà non sono a seconda di ciò che si trovano di fronte – John Wayne lancia l’occhio ancora una volta oltre Doc McGhee, oltre il prato incolto e la recinzione, dove i cinque ragazzini si stanno mettendo in marcia in una fila indiana leggermente scomposta tendente a destra – Quindi, se la sua proposta fosse davvero molto interessante per chi comanda, che un fulmine mi colpisse se le dicessi che non vorrei essere chi comanda. Ma se la sua proposta fosse di quel tipo di proposte che noi qui tendiamo a definire infruttuose e trascurabili, da leggere non monetizzabili, beh, credo che sarebbe facile da parte sua comprendere il mio sincero disinteresse ad incarnare quel genere di persona che è la persona che comanda. E la inviterei a fare retromarcia, Doctor Brie…
Doc McGhee…
…a lei e ai suoi amici Ritz,
Kiss…
…a farcire questa baguette con le ali di tutta la roba che ora impegna la mia pista…
Ma allora è sua questa pista?
…e a dire al suo pilota che il sedile non ha ancora assunto la forma del suo culo.
E’ sua questa pista?
Forse.

Scritto da questacitta

26 luglio 2011 alle 09:45

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43. La sensualità di una distruzione ordinata
Scusate il ritardo, amici.
Figurati capo.
No, ecco, cerchiamo di chiarire una volta per tutte questa cosa. Questa è un’associazione che vorrebbe essere segreta ma non è un segreto per nessuno che sia un’associazione democratica. Il che comporta che se voi eravate qui e io non c’ero – per impegni che tra un istante vi spiegherò – è un mio dovere domandarvi scusa. E’ altrettanto fuori luogo che vi rivolgiate a me chiamandomi capo. Trovate qualcos’altro.
Va bene capo. Dicci democraticamente come vorresti essere chiamato.
Finnegan L’Alligatore.

E’ la prima cosa che mi è venuta in mente.
Va bene, Finnegan L’Alligatore.
Ora, riguardo al motivo del mio ritardo, vi chiedo di seguirmi democraticamente nei bagni, poiché un reazionario virus intestinale mette a repentaglio lo svolgersi di questo incontro ma non esiste che io gliela dia vinta. Quindi, se non vi dispiace…
Il codazzo di giocatori si mette a ruota di Finnegan L’Alligatore, che procede a passo svelto lungo i corridoi retrostanti il Club del Ping Pong, con le mani incrociate sulla pancia, in posizione vagamente scimmiesca, senza fare caso ai cartelli che indicano l’ubicazione dei bagni. Alfa Privativo rimane in coda e cammina leggermente defilata, mentre in mezzo al gruppo si organizza un’americana per le 21.40 del giorno successivo.
Già che ci siamo, spiegatemi strada facendo la questione. Sempre che non vi dispiaccia.
No, certo, cap…Finnegan L’Alligatore.
Il gruppo si infila nella toilette attraverso una porta pesante che si richiude da sola con una lentezza inconsueta, tanto che quando tutti sono seduti sui lavandini o appoggiati alla parete e ne approfittano per controllare la tenuta del gel e l’aderenza delle maschere e il rumore del chiavistello infilato al proprio posto segnala che Finnegan L’Alligatore è già seduto sulla tazza, pronto per ascoltare, e guardando in basso si possono vedere la racchetta appoggiata a terra e i pantaloni calati sulle scarpe – i calzini afflosciati scoprono degli stinchi pallidi e completamente privi di peli fin quasi al ginocchio – quando tutti sono pronti, la porta ha appena sbuffato, con quel suono tipico che indica la chiusura di certe porte. Certe porte come quella.
…e insomma, per fartela breve, dopo l’ultimo incontro, la ragazza qui presente dice che vuole uscirne. Che non vuole più farne parte.
Oh perbacco….scusa non dicevo a te. Vai avanti, per favore.
Sì. La ragazza dice che non è esattamente come pensava che fosse. Che se voleva sentirsi dire cosa fare, allora se ne stava a casa dei suoi genitori a provare dei tailleur rosa. E quindi, visto che, a quanto ci risulta, questo è il primo caso di ammutinamento – il che, non lo nascondo, elettrizza tutti i ragazzi, qui – visto che è una novità, ecco, abbiamo pensato che magari forse volevi, che ne so, dire due parole in merito.
C’è un attimo di silenzio, interrotto da qualche colpo di tosse e da un rumore che qualcuno interpreta come uno sforzo e qualcun’altro come un sospiro di sollievo momentaneo. Alfa Privativo se ne sta in un angolo ed approfitta dello specchio per mettersi a posto i capelli,  spostare l’elastico della maschera e ripassare il rossetto.
Beh…sì, obiettivamente…oh mamma mia…
Tutto bene?
Sì. Obiettivamente è una cosa che non ci era mai successa prima. Ma la ragazza ha tutto il diritto di andarsene come e quando vuole. Anzi, amici, dovreste prendere esempio dalla ragazza. Il suo sì che è un atteggiamento democratico.
Il rumore dello sciacquone sdrammatizza il senso di lezione di vita che forse qualcuno già percepiva nell’aria. Alfa Privativo si prepara ad uscire dai bagni, spostando la borsetta un po’ più verso il collo. Un ragazzo l’afferra per un braccio.
Però c’è un problema.
Sì? Quale?
Quale problema? ripete Alfa Privativo, decisamente seccata dalla morsa della mano.
Il problema è che la ragazza era stata incaricata di raccogliere informazioni riguardo a quelle cose che sai. E quindi, beh, sì, sarebbe un peccato lasciarla andare senza approfittare della cosa. Non credi?
Accipicchia. Il chiavistello dice che la porta sta per aprirsi e infatti la maschera di Finnegan L’Alligatore spunta dalla fessura. Le labbra si muovono e dicono così. Certo, sarebbe un peccato. E poi. Non ti dispiace, vero, dolcezza, se prima di andare, facciamo due chiacchiere…
Mi dispiace – ma per te – solo se mi chiami dolcezza. Coglione. Il che, a Finnegan L’Alligatore, uomo dalla sensibilità abbastanza sviluppata e di animo fondamentalmente gentile, sembra piuttosto rude. Ma lui non sa che se c’è una cosa che Alfa Privativo detesta, è quella di essere delusa dalle persone di cui si fida e nelle quali, per un motivo più o meno giustificato, finisce per riporre le proprie speranze. Non ama che il fruttivendolo sotto casa le venda un cavolfiore con le foglie marce, nè che le si dica che Babbo Natale esiste mentre invece non esiste. Se a deluderla è un gruppo che Linformazione, probabilmente per non dare troppo peso alla cosa, ha definito giocosamente paramilitare e che le aveva promesso una soluzione alla caduta libera di Questa Città, un materasso sul quale atterrare di schiena, rimbalzare e ritrovarsi di nuovo in piedi, con il bicchiere di cristallo che stava nel taschino incredibilmente intatto, se a deluderla è un’associazione che sembrava ben organizzata e piena di buoni propositi ma che alla fine non trova di meglio da fare che pensare di sequestrare un vecchio per chiedergli come si fa ad uscire di qui, Alfa Privativo si incazza. Si incazza ad un livello che stacca di molto il più alto grado di incazzatura provocata mai fatto registrare da un maglietta fuori posto per la centesima volta, da un delicato ostinatamente infilato tra i semplici colorati, da una ditata  sullo schermo del suo asettico Macintosh, dai residui di cibo depositati  nello scarico del lavandino, da un turno di pulizia del bagno non rispettato come invece precedentemente stabilito dal suo calendario mentale, da una sveglia che suona quando lei vorrebbe dormire, da un pezzo mancante nella confezione di un armadio da montare, o – più in generale – da una qualsiasi azione seccante eseguita – o non eseguita – in perfetto stile da Pi Greco.
E lui, in questa cosa, è un fottuto campione.

 

O2 stringe tra le mani la mappa sgualcita del Ragazzo Talpa, che chiede alla Ragazza col Chiodo di abbassare gentilmente ancora un po’ l’ombrello nero applicato sopra lo schienale della sua sedia a rotelle con un meccanismo a manovella messo a punto da un ingegnere nucleare amico dei genitori con la passione per il mondo dell’handicap ma lei – seccata dall’ennesima richiesta di questo genere – gli fa notare che l’ombrello è ormai a contatto con il passamontagna che gli fascia la testa e che, di conseguenza, o si sdraia o la cosa è impraticabile. Lui stringe le spalle, scuote la testa, sussurra qualcosa e si aggiusta gli occhiali da sole, che tutti cominciano a sospettare siano in effetti due vetri totalmente oscurati incastrati in una montatura molto spessa. O2 si guarda intorno, cercando un punto di corrispondenza tra le vecchia toponomastica stampata sulla carta e il nuovo intreccio multicolore sponsorizzato di Questa Città. A complicare le cose, c’è il fatto che la mappa è piena di buchi che sembrano il frutto di un tentativo di creare un rilievo in prossimità di quelle che devono essere le tappe abituali del Ragazzo Talpa, il quale può così orientarsi senza sforzare gli occhi. 
O2 pensa che se sono arrivati da là, probabilmente ora sono qui – e pressa l’indice in un punto di carta che ad intuito gli sembra probabile corrisponda al punto di strada in cui effettivamente ora si trovano – e che probabilmente ora dovrebbero proseguire in quella direzione, aggirando il cantiere Procter & Gamble murato di pacchi di pannolini per l’infanzia, poi svoltare a destra sul lunghissimo viale alberato con alberi finti ma verdissimi sponsorizzato Benetton e proseguire in questo modo, il che li dovrebbe portare verso la periferia estrema, non segnata sulla carta e facilmente neanche nei prossimi propositi di investimento delle multinazionali, e dalla periferia estrema giungere ragionevolmente al confine di Questa Città. Sussurra Almeno credo… e rivolge un’occhiata che è una chiara richiesta di aiuto alla Ragazza col Chiodo, la quale è a sua volta ancora alle prese con le cicliche richieste di più buio del Ragazzo Talpa. Il Bambino Sputasoldi ha una specie di crisi di astinenza e schiuma rame dalla bocca. Il Ragazzo Pungiball, nel tentativo di calmarlo, lo colpisce involontariamente con una testata ed effettivamente ne placa le convulsioni. Nell’aria c’è un po’ di scoramento.
La Ragazza col chiodo manda a quel paese il Ragazzo Talpa e si rivolge a O2 in un tono piuttosto seccato che fa  Allora, Rastrello? O2 si sfila lo zaino dalle spalle e lo appoggia per terra, sgancia la chiusura ed estrae uno Sdrink al cioccolato. Toglie la cannuccia di plastica dall’involucro trasparente e succhia. I suoi baffi radi trattengono qualche goccia. Porta il labbro inferiore sotto al naso per eliminare i residui, sospira e dice Allora ho l’impressione che ci siamo persi.
Fantastico, dice la Ragazza Col Chiodo. Dai qua. Raccoglie la mappa e si guarda intorno. Il fatto che sia molto presto e che in giro non ci sia anima viva rafforza il senso di supermercato vuoto mentre i neon aprono gli occhi, quando le corsie sono ancora deserte e gli scaffali pieni di buchi da riempire.
Il Bambino Sputasoldi mormora che vuole tornare a casa e O2 lo guarda con un’espressione mortificata, mentrela Ragazza col Chiodo si produce in una serie di imprecazioni suggestive.
Insomma, proviamo ad andare di qua.
Guarda che ‘di qua’ ci siamo già passati due volte.
Allora andiamo di là…
…e ‘di là’ siamo arrivati giusto due minuti fa…
Allora…oh, insomma, non lo so. Non lo so…
Ora anchela Ragazza Col Chiodo sembra cedere e l’ombra proiettata dal pezzo di ferro che sta al centro della fronte sul viso sembra una crepa sul suo volto. Il Ragazzo Pungiball continua a sbattere la testa contro l’aria. E - in questa situazione – noi riteniamo che la cosa trovi una coerenza simbolica notevole. Un cane abbaia. Poi c’è silenzio.
Oh, basta. Mi avete seccato. Dammi quella mappa. Il Ragazzo Talpa allunga un braccio dal suo tetro baldacchino amatoriale, agita le dita ed afferra la carta. Non si capisce bene cosa faccia sotto all’ombrello. Ma dice Ok, si appoggia la mappa sulle ginocchia e stringe le ruote nelle mani. E ora, se volete seguirmi… Che sembra una frase a effetto, di quelle che, quando le dice un attore in un film, gli altri attori che gli stanno intorno si guardano negli occhi con un’espressione mista tra sgomento e rassegnata accettazione e in silenzio- anche se la musica sottolinea questo momento topico con un tappeto persiano di archi e fiati – muti ma fiduciosi lo seguono subito, mentre tra il pubblico le ragazze stringono le braccia dei ragazzi, che cominciano ad apprezzare il film, e a qualcuno un brivido pervade la schiena, come succede in questi casi. Che è una cosa inspiegabile. Il fatto di cui sopra, intendiamo. Ovvero come certi film, anche molto brutti, siano pieni di questi momenti di immedesimazione estrema che rendono odiosamente impossibile la cancellazione totale del film stesso dalla memoria.
Comunque, insomma. La realtà, in questo punto non meglio identificato di Questa Città, è che nessuno sembra prendere sul serio il Ragazzo Talpa, il quale ovviamente non si accorge del fatto che neanche uno dei compagni lo stia seguendo e parte per i fatti suoi, convinto di avere alle spalle una fila di Cervelli Spappolati allungata dal sovversivo tredicenne con accenno di baffi che ha sfidato il categorico sistema scolastico per unirsi a loro. Tutti sono come immobili e col fiato sospeso perché immersi nell’attesa dell’imminente impatto del Ragazzo Talpa col palo della luce che gli si para davanti. Invece – e questo sorprende un po’ tutti, specie il Ragazzo Pungiball, che per l’emozione inverte la tendenza del rimbalzo – con una naturalezza che rivela una perfetta conoscenza mnemonica dei percorsi di Questa Città prima che fosse Questa Città, il Ragazzo Talpa scarta il palo, mormorando, appunto, la parola Palo. Al che, O2 rischia di strozzarsi con lo Sdrink, infilandosi contemporaneamente la cannuccia in una narice,  e la Ragazza col Chiodo non ha più la crepa in volto perché la luce è un po’ cambiata – o almeno è cambiata la posizione del chiodo rispetto al sole – e il Bambino Sputasoldi trova una moneta per terra ed è già contento così, qualunque cosa succeda, mentre il Ragazzo Pungiball è da qualche secondo a ruota del Ragazzo Talpa, che continua a fare la barba a spigoli, cassonetti e barriere architettoniche di diversa natura, ricordando a se stesso e agli altri, come un abbecedario random semovente e sonoro ma non troppo tascabile, il nome delle cose che si appresta a schivare.

 

C’è questo grande pavimento di moquette rossa con le giunture tra un pezzo di moquette e l’altro coperte da nastro isolante nero. C’è un termosifone elettrico con le rotelle, di quelli che, se A si ricorda bene, sua madre era solita trascinare nei pressi della vasca mentre lui faceva il bagno, in modo da fargli avvertire meno lo sbalzo termico al momento dell’uscita dall’acqua, cosicché, senza pensare al freddo – che era, come dire, un problema risolto da altri – poteva concentrare la propria attenzione sulle rughe che l’eccessiva permanenza nella vasca insieme alla papera di gomma gli aveva provocato sulla punta delle dita di mani e piedi. C’è una lampada a stelo economica. Accesa a media intensità. Una macchina per il caffè. Divani di pelle consumati. Un tavolo di vetro che sembra pesante come piombo con sopra bottiglie di alcolici assortiti e confezioni di tabacco aperte, filtri, cartine corte. Forse il tavolo è di vetro piombato. Un bersaglio per le freccette e un segnapunti. Carte da gioco. Stampelle. Sedie a rotelle fuori uso. Scatole di medicinali. Stetoscopi. Macchine per misurare la pressione. Disinfettante. Odore di disinfettante. Confezioni di pannolini per l’incontinenza. Foto in bianco e nero di donne nude dalla peluria pubica decisamente esuberante. Uno specchio inclinato in modo evidentemente strategico per vedere da un altro ambiente quello che succede nella stanza. Si tocca la testa. E sente una benda che vede anche nello specchio.
Il sole è andato e venuto. Siamo in quel momento della giornata in cui il cielo e le cose sono avvolti nell’intramontabile colore blu Bic. Ci sono 18 gradi effettivi di cui percepiti 12. E finalmente ti sei svegliato. E’ una voce che non conosce ma è senza dubbio la voce di una persona molto molto vecchia.
E’ una fortuna che ti abbia trovato io prima che ti trovassero loro. Anche se, a quest’ora, ci saranno molte persone che ti stanno cercando. La voce si sarà sparsa. Lo scatto di un accendino e la pausa prima della boccata. Sai com’è…le voci corrono. E la gente di questi tempi è molto sensibileboccata – a tutto ciò che riguarda racchette e palline.
Ora A ricorda il suo scontro frontale con la sfera rinforzata. Alza la schiena e si appoggia sui gomiti. Con gli occhi chiusi chiede Dove mi trovo?
Senza dubbio, la tua è una posizione molto sconveniente. Nel senso che è davvero difficile trovare una componente di convenienza nell’essere oggetto dell’interesse di qualcuno senza sapere chi sia questo qualcuno né avere una benché minima idea circa la natura e il motivo dell’interesse di cui sopra. Sei in un bel casino, ragazzo. Proprio un bel casino.
Dove mi trovo?, ripete A, guardando nello specchio per catturare il riflesso dell’uomo nell’altra stanza.
Per fortuna, sono arrivato io. E’ una fortuna. Una fortuna. Ma non voglio attribuirmi meriti che non sono miei. Era scritto. Era scritto, ok? Ok.
Che cosa era scritto?
Dall’altra stanza, la voce esplode in una risata che ha il suono di quelle voci dopo una boccata di elio. Poi, c’è un istante di silenzio e rumore di pentole, acqua che scorre. Per questo tempo, A continua a fissare lo specchio e a tossire. Forse per questo non ha sentito i passi dell’uomo, che ora gli dice Ti ho aspettato molto, Carlos. A abbassa lo sguardo. Davanti a lui c’è un nano, forse non un nano, comunque un uomo estremamente basso, che gli porge un piatto in cui fumano tre uova all’occhio di bue. Perdonami Carlos. Ti ho aspettato molto. Ma non ti aspettavo adesso. Altrimenti, avrei fatto la spesa.
Carlos?
Il nano ride ancora di quella risata all’elio. Tossisce. Indossa una canottiera grigia e dei bermuda scozzesi. Sulla testa, porta un cappello con la visiera, dal quale deve essere stata strappata una piccola elica.  Ai piedi, sandali Birkenstock. A lo esamina e, in virtù di quest’ultimo particolare, ricollegato alla sua breve esperienza presso un centro d’arte sperimentale, gli domandaSei un attore di ricerca?
Il nano lo guarda con compatimento. Non mi aspetto che tu mi riconosca. E’ chiaro. Mangia.

Se non hai fame mangerai più tardi.

Sai, Carlos, la mia è stata un’infanzia molto difficile - Si siede ai piedi del divano sul quale A si è svegliatoMio padre è stato ucciso con due colpi in testa e tre al petto. Ovviamente, è stato un tragico errore di persona. I proiettili erano per lo zio, gemello omozigote di papà, che al momento era scappato in Germania.

Non dire niente, Carlos. Lo so. E’ stato un tragico errore umano. Lo vedo sempre davanti ai miei occhi.
Che cosa?
Il tragico errore umano.

E’ stata un’infanzia molto difficile. Sai cosa mi ha aiutato?
…i dottori?
Il nano si alza di scatto e scuote le braccia. Se sul berretto ci fosse ancora l’elica, ora starebbe girando vorticosamente per via della corrente generata dal mulinare delle braccia in aria. I dottori? I dottori? I dottori mi avrebbero dovuto aiutare e invece sai cosa succede dove stanno i dottori?
Fanno…
Dove stanno i dottori, si assumono solo donne, perché lì si fanno le orge. Mi avrebbero dovuto aiutare ma nessuno mi ha aiutato perché erano tutti troppo impegnati in enormi orge. E io avrei avuto bisogno d’aiuto. Sai da quanto tempo non ho una crisi?
Un…
Quattro anni! Sai cosa vuol dire? Che potrebbe arrivarne una proprio ora.
Ma che tipo di…?
Epilessia, Carlos. Sei sensibile e delicato  a fingere di non conoscere la mia storia. Il nano si placa e si risistema in fondo al divano.
…ma ti pare…
Non i dottori, Carlos. Mi ha aiutato solo una cosa.

Chiedimi cosa.
Cosa?
La televisione. La mia è stata un’infanzia molto difficile. Dopo la scuola non uscivo di casa. Non mi fidavo. Allora guardavo la televisione. So tutte le sigle dei cartoni animati a memoria.

Ma adesso basta parlare del passato, Carlos. Hai ragione a guardarmi severamente. Mi sto perdendo in chiacchiere e in ricordi.

Sorride stringendo le labbra, come se stesse succhiando la punta di un limone con lo zucchero. Si avvicina e sussurraIo ho grandi poteri soprannaturali.
Come scusi?
Io ho grandi poteri soprannaturali.
Ah ecco.
Non li ho voluti io. Sono stati gli Angeli.
Io quasi quasi andrei.
Hai mai visto un Angelo, Carlos? Hanno le ali, proprio come si dice. Nell’aldilà, dove modestamente sono stato in visita, hanno anche delle case, come questa. Niente di che, per carità. Non c’è la cucina. Mica ne hanno bisogno, gli Angeli, della cucina. Gliele ha fatte Dio, che puoi dire quello che vuoi, ma è un costruttore coi controcazzi.

Sono appartamenti. Belli.
Il nano si guarda le punte dei piedi e muove le dita in su e in giù. Poi ferma le dita e impenna i piedi sui talloni, giocando un po’ con le labbra, come se si stesse preparando a dire qualcosa. Infatti dice Io li so tutti i nomi degli Angeli. E li elenca, aiutandosi con le dita delle mani. Il nome del tuo Angelo è Carlos, Carlos. Per questo, ti sto chiamando Carlos, in caso te lo fossi chiesto. Sembri deluso. Ti capisco. D’altra parte la cosa bella è che questi nomi non sono comuni.
Beh…veramente Carlos non mi sembra così…esotico…
Il nano prende fiato. Si guarda intorno e ripete che ha grandi poteri soprannaturali. E aggiunge che riguardo a quell’incidente del treno merci esploso in quella città nota a molti per la grande facilità degli abitanti alla bestemmia, lui l’aveva previsto dieci giorni prima. Purtroppo Dio si era molto arrabbiato perché in quella città, appunto, si bestemmiava un po’ troppo.
Ma non è un po’ drastico?
Dici che è drastico? Perché, vedi, Carlos, anche una suora in effetti mi ha detto che non è da Dio fare queste cose.

D’altra parte, lei che può saperne? I religiosi che possono saperne? Loro mica possono avere questo dono. Loro non hanno visto la Madonna, due anni fa…
A ora sta pensando alla storia di quel suo lontano parente seminarista inviato ad accertare un caso di visione della Madonna da parte di una ragazza, che poi lo aveva sedotto e sposato, insieme si erano trasferiti in una città, dove lei aveva acquisito una grande autorevolezza per il fatto di essere quella che aveva visto la madonna, e poi, grazie a questa credibilità intaccabile e alla garanzia della Madonna, la ragazza era riuscita a convincere gli abitanti che la Vergine Maria le aveva ordinato di costruire un orfanotrofio, al quale tutta la comunità avrebbe dovuto dare un contributo. Orfanotrofio che effettivamente venne costruito ma che non vide mai neanche un orfano varcare la sua soglia. Orfanotrofio che – in compenso – si rivelò una meravigliosa villa con piscina per la ragazza e l’ex seminarista.
Forse dovrei andare a cercare la mia mamma. La mia madre naturale.  So dove sta. Ormai le hanno fatto il lavaggio del cervello. Sono stati i parenti. Bastardi. Pensa che sotto al materasso di mia nonna hanno trovato tantissimi soldi. E a me non hanno dato niente.

La mia, Carlos, è una brutta situazione.
Quando il nano si avvicina, A stringe con i pugni la coperta che ha sulle ginocchia.
Per fortuna, sei arrivato, Carlos. Era il segno che stavo aspettando. Ad ogni modo, anche se non fosse il segno che stavo aspettando, mi serviva una mano. Non posso certo affrontare tutto questo da solo…
Tutto…questo?
Il nano sorride.L’Apocalisse, Carlos. Questa Città è il luogo dell’Apocalisse. L’ho aspettata per tanto tempo e poi mi sono stancato di aspettare e allora me la sono venuta a cercare. Diciamo che mi rompevo le palle…

Capisco il tuo sconcerto. Non avere paura. D’altra parte hai preso una bella botta. Non devi avere paura. Ora non mi riconosci, lo so. Di solito ho un vestito marrone, tipo un vestito dell’Ottocento, e dei bellissimi capelli lunghi sulle spalle.
.
..e le ali…
Certo, le ali. Sì.

Non preoccuparti, Carlos. Poi verrà Cristo. Quello vero.
Siamo sicuri, eh?
Hai ragione Carlos – gli dà due colpetti sul ginocchio –c’è un sacco di gente che sostiene di essere Cristo. D’altra parte Gesù l’aveva detto che sarebbe successo. Pensa che c’è persino un tizio che pretende di essere me. Sfortunatamente non può dimostrarlo. E’ un bugiardo.
Ma…
Comunque, quando poi Cristo farà la prima mossa, io potrò aprire i primi cinque sigilli. Sarà entro la fine dell’anno.

Ma non preoccuparti, Carlos. Sarà tutto bellissimo. Praticamente non ce ne accorgeremo. E’ un po’ come quella pubblicità delle siringhe, no?, quelle che sono talmente delicate che neanche le senti e poi chiedi ‘già fatto?’.

La mia è una situazione difficile.
A queste parole, A comincia a covare la sensazione che la cosa potrebbe protrarsi all’infinito e che, ad altri occhi, meno mistici, a trovarsi in una situazione difficile, potrebbe essere effettivamente più lui che il nano. Al che, approfittando, di un momento di pausa del nano, che nel frattempo si è appoggiato un filtro tra le labbra e rovescia un po’ di tabacco sulla cartina corta ribaltata, trova un po’ di coraggio e chiede Ma quindi, alla fine dei conti, se non mi vuole dire dove mi trovo, almeno mi vorrà dire chi è lei…Chi è lei?
Il nano si volta verso A. Smette di rollare il tabacco. Lo guarda. Con due dita si toglie il filtro dalle labbra e risponde – con una voce che trasmette tutto lo sconcerto e la delusione che si può provare nei confronti di chi non sa una cosa che dovrebbe sapere – gli rispondeAlis, Carlos. Io sono Alis. Il Settimo Angelo dell’Apocalisse.


Ottimo.

 

 

Vicoli che si staccano da strade sponsorizzate già nel pieno della loro funzione commerciale ed urbana e sbucano in viali transennati e costellati di cartelli che avvisano dell’imminente inizio dei lavori, targhe numeriche svitate e appoggiate per terra in attesa di sostituzione con targhe ed insegne contrassegnate da nuovi marchi, finestre chiuse e persiane accostate, attrezzi da lavoro abbandonati in voragini aperte nell’asfalto, macchinari addormentati al centro della strada, cartelle colori appese ai pali e manuali di istruzioni con loghi molto riconoscibili e familiari a chiunque abbia messo piede almeno una volta in un qualsiasi supermercato. Il panorama di Questa Città si ripete con minime varianti per almeno un’ora, durante la quale il Ragazzo Talpa guida il gruppo senza sosta, senza obiezioni, senza che qualcuno si intrometta tra il silenzio e le sue esclamazioni di arredo urbano. Poi succede che qualcosa comincia a cambiare. Le sponsorizzazioni si fanno sempre più rare, fino a che cessano di manifestarsi di fronte agli occhi. Rimangono le transenne e i segnali stradali che avvertono dei lavori in corso. Ma sono diversi. Si riferiscono alle operazioni di scavo, sverginamento  e ricostruzione relative a quella che doveva essere la più grande opera sottintesa e mai scritta sul programma – ma lui, una volta, alla domanda, rispose appunto Ragazzi, che domande mi fate: è sottintesoalla più grande opera promessa a Questa Città dal collettivo di Governo di John Wayne. E cioè una metropolitana, o forse un tram di ultima generazione o un treno cittadino sospeso o una navetta sotterranea. Insomma, una cosa di cui nessuno aveva mai capito niente ma dalla quale tutti, in un modo o nell’altro, si erano lasciati sedurre e che, a quanto pare, era stata lasciata a metà dell’opera con generosa profusione di fondi pubblici. O almeno, adesso è scandalosamente in ritardo sui tempi. Per una città che ha perso la memoria di se stessa, dimenticarsi di una cosa che non si capisce che cazzo sia e a cosa serva, francamente non è un grosso problema. Non sconvolge più di tanto. Ad ogni modo, le transenne si fanno sempre più fitte. C’è una giungla di transenne. E infatti, il Ragazzo Talpa comincia a mostrare qualche dubbio e a centrare in pieno assi di legno e a strozzarsi con nastro bianco e rosso, senza nemmeno annunciarne la presenza sul percorso. Il Ragazzo Pungiball, a questo punto, afferra le maniglie della sedia a rotelle e lo spinge quel tanto che basta per schivare tutte le transenne che ora affollano la strada ma che, evidentemente, al tempo della mappa, non erano neanche state immaginate. Oltre gli ostacoli, la strada è libera – e infatti il Ragazzo Talpa torna nella serie positiva di corrispondenza tra oggetti dichiarati e oggetti schivabili effettivamente presenti sul percorso – ma una sfilza obiettivamente insensata di segnali di senso unico impilati uno sopra l’altro sembra la premessa per un labirinto automobilistico. Mentre il gruppo dei Cervelli Spappolati procede in fila indiana – in ordine dal primo all’ultimo posto, Ragazzo Talpa, Ragazzo Pungiball, Bambino Sputasoldi e Ragazza col Chiodo -  O2 si sofferma per un attimo ad osservare i segnali e pensa che è abbastanza evidente che una macchina finirebbe sempre per tornare indietro. E’ abbastanza evidente che nessuno ha alcun interesse a raggiungere questa parte di Questa Città. E’ abbastanza evidente che a forza di non fare una cosa, alla fine perdi l’interesse e la voglia di farla. Si potrebbe dire che ti dimentichi come si fa a farla. E quindi smetti anche di pensarci. Ed è per questo che qui non c’è niente e nessuno. Si guarda alle spalle e vede in lontananza quello che si sono lasciati dietro. Tira su col naso e riprende la marcia. La Ragazza col Chiodo gli cammina avanti due passiPianta – e O2 nota solo ora, per la prima volta, che le lacerazioni nelle sue calze scure – che in un primo momento gli erano sembrate casuali – hanno in realtà un andamento – Cassonetto – regolare, una sorta di logica dello squarcio, come se fossero state provocate di proposito. Si immagina – Colonna – la Ragazza col Chiodo passarsi le gambe dei collant, prima una poi l’altra, davanti agli occhi, dal basso verso l’alto o dall’alto verso il basso, a pochi centimetri dalla fronte, abbastanza vicino, comunque, perché si impiglino sulla punta di ferro, e alzarle o abbassarle con delicatezza tra le dita fino in alto o in basso – Palo – fino a che il chiodo non raggiunge il punto che – una volta calzate – cadrà in corrispondenza della caviglia. Forse è molto più semplice di così. Forse semplicemente accade che il chiodo si infili nel nylon accidentalmente e senza premeditazione mentre lei esamina il buono stato delle calze, dopo averle estratte dalla confezione. Eppure c’è – nella regolarità delle strisce di pelle nuda che spariscono sotto la gonna – un che di rigoroso, quel senso operaio di lavoro a macchina al contrario che distrugge anziché unire. E la cosa lo lascia perplesso ed eccitato al tempo stesso, come se si fosse appena scoperto vittima di quella che nell’intervista che rilascerà tra qualche tempo in televisione – quando noi, vedendolo, ci guarderemo vicendevolmente pensando la stessa cosa, e cioè che noi quello lì lo conosciamo – come se si fosse scoperto vittima di quella che, nel corso di quel programma televisivo di seconda serata, chiamerà, scatenando la follia omicida di un pazzo che dalla seconda fila si alzerà indignato e gli lancerà un mocassino firmato che – colpendolo in fronte – ne provocherà la perdita di equilibrio, la caduta, un trauma cranico, emorragia interna, coma e infine la morte, nel corso di quella tragica serata, lui la chiamerà la sensualità di una distruzione ordinata.

Scritto da questacitta

6 luglio 2011 alle 07:02

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42. Quella è una cosa che faccio sempre
Mi perdoni, Signor Wayne, ma io proprio non credo di capire…Prima…
                                                                                   Cosa? Cosa non capisci?
                                                      …prima mi preleva dal pranzo nuziale di mia sorella
    Gran bella donna…
Come, scusi?
Gran bella donna, tua sorella.
La ringrazio.
Non credo sia merito tuo comunque.

…Cosa non capisci?
Prima mi preleva dal pranzo nuziale di mia sorella, proprio nel momento in cui arriva il dolce…
      Sì…
         …dicendomi che una questione urgente ‘come una pisciata nel cuore della notte’ – per usare le sue parole – che una questione di enorme importanza necessita della mia consulenza…
Ci puoi giurare, figliolo…
                              …poi, alla mia richiesta di attendere almeno il taglio della torta, afferra lei la paletta, strappandola dalle mani unite degli sposi e finendo nella foto con il medio alzato, e taglia lei la torta in modo, se mi consente, scortese e inappropriato…
                                                                              Fammene avere una copia…
…Scusi?
…Della foto. Fammene avere una copia.


E…come se non bastasse…bacia mia sorella in bocca e strizza le palle al mio neocognato, urlando ‘Qui ci sono due bei maschietti in canna, gente’…
Sì, quella è una cosa che faccio sempre.
…Insomma, Signor Wayne, pensavo che avesse raggiunto il massimo con questo suo modo di fare poco delicato. Invece no.
No?
No.
Perbacco, figliolo. Che ho fatto?
Che ha fatto?
Sono tutt’orecchi.
Lei, Signor Wayne, mi ha stordito con la stessa paletta con cui ha tagliato la torta nuziale di mia sorella…
Questa.
Per l’amor del cielo, la metta via.
Ops…
La metta via.
Figliolo, siamo suscettibili.

Ad ogni buon conto, la metterò via. Altrimenti si fa notte.
Grazie. Dove ero rimasto…
La paletta, figliolo. Sapevo che ti saresti perso se l’avessi messa via.
Sì, la paletta. Lei mi stordisce e non so come mi porta in questo…posto, che lei si ostina a chiamare Questa Città, in cui piove e c’è una puzza davvero indescrivibile…
…puzza di piscio…
…?
E’ puzza di piscio.
Ecco. Lei mi porta in questo posto. Io le chiedo dove siamo. E lei mi risponde in Questa Città. E io le dico che mi sembra evidente, che ci troviamo in una città e che, non essendo un’altra città, sia in effetti questa città, ma, per la miseria, sarebbe quantomeno cortese rivelarmene il nome, e lei insiste che, in effetti suona bizzarro, il nome di questa città è temporaneamente Questa Città, perché in Questa Città nessuno si ricorda il nome nè la posizione di Questa Città sulla carta, perché, come dire, Questa Città ha perso la memoria di se stessa…
Ho detto così?
Sì, proprio così.
Gran bel discorso: Chiaro. Secco. Arriva al punto. Al cuore della gente.
…Al che, io le chiedo, come mai, lei scrolla le spalle e mi invita a notare le Grandi Opere e io le dico che mi sembra di essere in un circuito di corse sportive, con tutte le sponsorizzazioni ai lati e sulle macchine e sui caschi e così via…e lei mi dice…
                                                                       E’ uno sballo del cristo.
Proprio così. E ora, alla fine di tutto questo viaggio che io continuo a sperare sottilmente faccia parte di un incubo dal quale intendo svegliarmi al più presto, alla fine di tutto questo viaggio, lei mi trascina in questo studio, mi infila un sigaro nel taschino, mi mette a sedere, mi mostra quell’installazione al centro della piazza, sputandoci contro – a proposito, le ricordo che il vetro della finestra è chiuso –  e mi dice che intende assicurare Questa Città.
Per la miseria, figliolo, hai una dote per la sintesi. Neanche la botta in testa ti ha confuso.
E’ esatto?
Esatto.
Ma Signor Wayne…d’accordo, cercherò di spiegarglielo con calma.
Lisciati pure i capelli, figliolo. E togliti quel ricciolo di panna dalla nuca. Pendo dalle tue labbra.

 

 

 

John Wayne è combattuto. I suoi consulenti - un po’ fortunosamente, lo ammetterete, e anche un po’ a sorpresa, e questo ce lo mettiamo noi - i suoi strateghi d’acqua dolce lo hanno convinto a non abbattere l’installazione che comunque si troverà ogni mattina fuori dalla finestra, cosa che lo fa incazzare oltre ogni immaginazione, che nessun vantaggio economico derivante dal suo mantenimento in piedi potrà mai fargli dimenticare e che - ne è sicuro – finirà per consumargli il fegato. E tuttavia, ha appena ricevuto la notizia dell’insperato arrivo di Alberto de Romero Costagavras in Questa Città. il che gli ha risollevato abbastanza il morale, perché, in fin dei conti, non è che la decisione di contenere le sue voglie distruttive lo avesse proprio reso felice come un bambino col naso nello zucchero filato. A questo punto, John Wayne pensa che le cose comincino a girare per il verso giusto e che tutto sia perfetto, però c’è qualcosa che non gli torna. Infatti, dopo essere rimasto solo, dopo aver registrato il record personale di palle consecutive in buca con un colpo solo ed aver festeggiato con tredici doppio malto rovesciate di prepotenza e con sempre minor precisione nel boccale per la birra doppio malto, si è seduto con una certa difficoltà ed ha cominciato ad avere qualche dubbio. Non sulla storia del vecchio. No, quella la considera una botta di culo con caffé e dessert. Il problema è ancora l’installazione. Non tanto l’installazione in sè. Ma quello che rappresenta. Si domanda – e lo fa a voce alta, impugnando uno specchio che tiene nel primo cassetto della scrivania per controllare se la riga è dritta – “Se io lascio in piedi questa merda, poi verrà altra merda?”. Nello specchio, gli occhi rossi e lucidi lo guardano con un’espressione dubbiosa e irritante almeno quanto la sua originale e la cosa lo innervosisce al punto che si vede costretto a ripetere la domanda, aggiungendo “e se viene altra merda come questa che io lascio in piedi, poi verrà altra merda? E altra merda?” e in più “E non guardarmi così.” Anche se è evidentemente ubriaco, John Wayne pone a John Wayne una domanda che traduce l’inquietudine di fondo, la paura che il suo buon governo possa essere messo in discussione da quella che lui definirebbe – lo ha già fatto – una manica di stronzi, pronti a criticare e a giudicare ogni suo passo falso o decisione impopolare – impopolare per chi, poi? – mettendo in campo ancora una volta quella forma di persecuzione diretta a distruggere la sua persona e il suo operato, come quando da piccolo veniva accusato da tutti gli altri bambini di essere il famigerato ladro delle macchinine, responsabile dei furti seriali delle loro macchinine – accusa dalla quale si era sempre dimostrato indignato, proclamandosi innocente, fino alla fine della passione per le macchinine – furti senza i quali oggi però Kirk e Douglas Wayne non avrebbero la loro invidiabile collezione di macchinine. E allora, chi aveva avuto ragione? “Io o loro? Io o loro?” continua a domandarsi John Wayne nello specchio, aggiustandosi un ciuffo ribelle, mentre una serie di rutti a raffica gli gonfia le guance rasate contropelo e a secco. Sente le risate delle persone in strada e allunga lo specchio puntandolo verso la finestra per cercare di inquadrare le scene di ilarità ma – nella condizione in cui si trova – centrare qualcosa è solo una questione di fortuna. E in questo momento, John Wayne non si sente particolarmente fortunato. E allora si innervosisce ancora di più, riporta lo specchio a pochi centimetri dalla faccia, mettendo un dito tra sè e il riflesso, e dice “Adesso mi hai seccato.” Ripone lo specchio in quello che crede essere il cassetto e invece non è niente – e infatti lo specchio si rompe a terra – impreca, cerca il telefono e ne vede un paio mentre in realtà è uno solo e compone il numero che passa la telefonata all’ufficio di Charles Bronson, che poi la ripassa al suo – tanto è la stessa cosa – e dice “Sono io. Strada numero 87 in via di sponsorizzazione Levi Strauss & C. , condominio 95, interno 12. Portatemi l’uomo che vive lì. E fatelo prima di ora”.

 

 

 

 

Dunque…
Bravo, figliolo, ora sì che sei a posto.
…noi della Like a Virgin Insurance –  come lei certamente saprà, dal momento che ci ha cercato in modo così…energico ed originale – siamo specializzati nel trattare con clienti prestigiosi, in totale discrezione e senza farci troppe domande, e non ci tiriamo indietro di fronte a niente…
Questa è musica per le mie orecchie, ragazzo…
…e tuttavia…
Non mi piace…
…e tuttavia, la sua richiesta pare quantomeno bizzarra…
Mi piace sempre meno…
…Signor Wayne, quella paletta mi mette a disagio, può gentilmente riporla…?
Forse lo farò, ragazzo. Forse lo farò…
…in ogni caso, c’è – come dire – un problema di fondo.
Sentiamo…
Abbiamo trattato casi di ogni genere, spesso infilandoci in situazioni che non tutti definirebbero trasparenti e con metodi onestamente non troppo ortodossi. Cosa che ci ha procurato molti clienti illustri ed un numero molto maggiore di nemici. Ma per stipulare una polizza con una qualsiasi compagnia di assicurazioni, il richiedente deve soddisfare una e una sola condizione imprescindibile, senza la quale questa botta in testa – glielo dico con tutto il rispetto – diventa del tutto inutile e ce la saremmo benissimo potuta evitare…
Sento che non mi piace quello che stai per dirmi, figliolo. Non credo che riporrò la paletta.
Signor Wayne, per quanto io sia il primo a godere nel trovare nuove…scorciatoie verso il maggior guadagno possibile e nonostante lei sia senza dubbio mostruosamente ricco e in vista in Questa Città, dato il numero degli alberghi di cui si dichiara proprietario…è quantomeno necessario che lei…possieda l’oggetto che intende assicurare…
Vai avanti, ragazzo.
Le faccio qualche esempio. 1997, Sir Charles Mason Carpenter, un uomo la cui somiglianza col noto attore Richard Dreyfuss lasciò tutti senza parole, ci chiede di assicurare l’anziana madre paralitica e catatonica, con cui non parlava da circa 12 anni per via di un ‘battibecco’ finito a cazzotti, ci chiede di assicurarla a suo nome. Ma certamente non la possiede. Il che pone qualche problema. Attraverso una di quelle famose scorciatoie, veniamo incontro al nostro cliente, consigliandogli di ficcare in bocca alla donna ormai priva di ogni forza per reagire una dentiera di diamanti, mettendo all’asta tutto il pacchetto – madre in stato vegetativo non dichiarato e dentiera – facendo passare la madre per confezione originale della preziosa dentiera, e di inviare all’asta un prestanome che acquista il tutto per conto di Sir Charles. Ecco che la madre diventa di fatto una proprietà di Sir Charles, che può così assicurarla. Sfortunatamente, Sir Charles Mason Carpenter ha il cuore più debole dell’anziana madre e non regge l’emozione della stipula dell’assicurazione, passando a miglior vita con la penna in mano davanti ai nostri agenti. Una vera tragedia. Ma non certo per colpa nostra.
Ragazzo…
1982, la preoccupazione suscitata dai due attentati al papa e il progressivo calo delle vocazioni inducono il Vaticano a convocare Like a Virgin con l’intenzione di assicurare Dio. La cosa è piuttosto delicata ma sulla base dell’assunto che dio sta in ogni cosa e in ogni dove e sulla convinzione che la Chiesa Cattolica possieda più o meno tutto, riusciamo a dimostrare che Dio è in effetti proprietà del Vaticano. Questo caso un po’ ci turba….
Ragazzo, frena quella…
1981, Herr Karlheinz Statenmeier Dolphgrund. L’arcinota questione delle vette del Geenderstadt.
Ragazzo, non dire altro, per la miseria! Io me la sono comprata Questa Città.

Interveniamo di prepotenza con un inciso nel bel mezzo di questo dialogo per dichiarare il nostro sconcerto. Questa proprio non la sapevamo

 
Questa Città è mia. Me la sono comprata quando lo Stato, di cui ora non fa più chiaramente parte, l’ha messa in vendita insieme a tutti i suoi abitanti, ad insaputa degli  abitanti stessi. Una cosa, sai com’è, una cosa di quelle che si fanno per evitare grane e fastidi. E’ per questo che Questa Città non ha nome né memoria…li ha persi al momento della firma, grazie al cielo.
…E la puzza di piscio?
Quello francamente è un mistero anche per me. Ma Questa Città è mia. Ovviamente, conto sulla vostra proverbiale riservatezza.
Ovviamente. E…non c’è bisogno che lei rotei la paletta…Beh…Signor Wayne…lei mi coglie di sorpresa ma devo ammettere che questo cambia tutto…

Scritto da questacitta

10 giugno 2011 alle 07:37

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41. Me ne sono andato dai boyscout quando è volato il primo calcio nel culo
Le previsioni del tempo preannunciano due giorni di estrema rigidità, temperature in caduta libera tra zero e quattro gradi, con una vaga possibilità di ulteriore discesa sotto i meno quattro ed un’umidità da città lagunare che, attestandosi intorno all’85 per cento, suggerisce implicitamente di uscire in strada solo se muniti di maschera antigas, spray e costume intero o – in alternativa – muta da sub. Rannicchiato in un angolo del soggiorno, F tiene gli occhi fissi sulla porta d’ingresso con una pentola in testa e il più grande ed affilato dei coltelli tra quelli compresi nel set Incredibly Sharpen acquistato per corrispondenza nella mano destra, mentre con la sinistra impugna il telefono cellulare col numero della gendarmeria già composto e il pollice appoggiato al tasto di chiamata. E’ in questa posizione dal giorno della sparatoria alla sede distaccata degli Abitudinari Anonimi. Non si è spostato di lì neanche per pisciare o per mangiare un biscotto secco. E ha potuto bere solamente grazie ad un lunghissimo e rudimentale sistema di cannucce infilate una dentro l’altra che va a pescare l’acqua dal cesso. Per questo, la porta del bagno è socchiusa e la voce dello speaker arriva come filtrata dalla successione di metri che lo separano dall’apparecchio. Nella stanza c’è un odore spaventoso, una via di mezzo tra quello delle strade coperte di fiori marci e bagnati e il pelo di un cane che si è fatto una bella corsa sotto la pioggia. Ha dovuto lottare un po’ per non cedere alle funzioni corporali ma alla fine ha trovato un compromesso col proprio organismo e con il decoro di cui non stiamo qui a spiegarvi i punti principali. Comunque, insomma. Se ne sta lì seduto, con l’occhio che pulsa e l’orecchio che ben si presta ad un’inquadratura molto stretta sui peli che si spostano come spighe di un campo di grano mosse da una brezza di vento non appena un’idea di rumore prende forma da sotto la porta che gli sta di fronte. Allora F stringe il manico del coltello fino a sentirne le viti, si passa la lingua sulle labbra secche, dribblando la cannuccia, e sbatte le ciglia in una specie di codice morse che significa so che ci sei, pezzo di merda, e so cosa vuoi fare. Ora, io sono un tipo tendenzialmente non violento, me ne sono andato dai boy scout quando è volato il primo calcio nel culo, e non ti pianterei questo coltello in fronte se tu non mi costringessi a farlo, però, dal momento che le tue intenzioni nei miei confronti sono così manifestamente ostili, credo che possiamo entrambi essere d’accordo sul fatto che tu, col tuo incedere arrogante senza chiedere permesso e praticando in tal modo una così lampante violazione di questa proprietà privata, possiamo, credo, essere d’accordo sul fatto che tu non mi dai altra scelta rispetto a quella che io non vorrei prendere, essendo, appunto, un tipo a posto che dice no alla violenza. Quindi, insomma, vieni avanti, se vuoi, ma sappi che io non avrò altra scelta se non giocare a freccette con la tua fronte. Poi ci sono diversi minuti in cui tutto tace, i fari accesi delle macchine in transito proiettano all’interno della stanza delle ondate di luce che si abbattono sulla porta chiusa e il corpo di F si distende, per quanto possibile, tanto che – in questi momenti – perde il controllo del proprio sfintere e si lascia andare.

 

Ombrelli dalle punte rotte e le stecche storte, televisori ormai troppo vecchi per essere riparati, caschi da parrucchiere non più funzionanti riposti metodicamente all’interno delle loro scatole originali, piccoli mobili multicassetto con la vernice scrostata, specchi incrinati, sedie di legno sfondate, lavatrici senza oblò e frigoriferi con la serpentina frantumata. Da qualche tempo, C ha consentito a Gene Simmons di uscire di casa da solo per andare a fare la spesa e Gene Simmons non può fare a meno di notare il fascino desolante del panorama di rifiuti urbani ammassati di fianco ai cassonetti dell’immondizia. Chiaramente, C non è così sprovveduto da immaginare che Gene Simmons abbia ormai definitivamente rinunciato a fuggire ed ha sfruttato le proprie conoscenze nel campo dell’elettronica per applicare alla caviglia di Gene Simmons un bracciale elettronico in materiale plastico, leggero e anallergico, costituito da fibre ottiche che consentono una capacità di trasmissione dei segnali molto ampia e che – a differenza del rame – non è cortocircuitabile. Questo per evitare il ripetersi dell’incidente con la coca cola fortuitamente rovesciata da Gene Simmons sulla prima versione del braccialetto. Grazie al braccialetto, Gene Simmons e C sono sempre in contatto e C controlla che Gene Simmons non esca dal percorso che lui ben conosce, cosa che farebbe scattare una sorta di allarme in filodiffusione che C ha voluto contrassegnare con la melodia di Lick It Up. Quello che C non sa è che Gene Simmons in realtà vive ormai quella fase in cui effettivamente ha del tutto rinunciato a tentare di divincolarsi selvaggiamente ed in maniera scomposta. Non che abbia ceduto all’idea di rimanere per sempre prigioniero di un folle in Questa Città, che peraltro avrebbe una certa difficoltà a descrivere – come ha dimostrato la conversazione telefonica con Doc McGhee – però ha deciso di comportarsi bene fino al momento in cui la possibilità di uscire da questa situazione sarà talmente chiara ed evidente che non saltarci dentro senza nessun rischio di fallimento sarebbe davvero imperdonabile. Quindi Gene Simmons passeggia lungo una strada senza sponsorizzazione, rasentando questi rifiuti inusuali ammassati ai lati dei cassonetti con due borse della spesa in mano, con i manici che scavano solchi sui palmi chiusi, cosa che gli ricorda il segno lasciato dalle corde metalliche sui polpastrelli ai tempi delle prime lezioni di chitarra, quando stringeva i denti e si chiedeva se tutto questo dolore sarebbe mai servito a qualcosa. Non ha più avuto notizie di Doc dall’ultima telefonata. Il che non è un buon segno, qualunque cosa Doc abbia capito e concluso in merito alle poche frasi scambiate. Non sa se abbia effettivamente colto la gravità, più che l’ironia o la natura grottesca e spiacevole della situazione. Ma sa che Doc – mentre parlavano – stava pensando. Perché quel rumore di Doc che pensa è inconfondibile e certe volte ha persino costretto i Kiss ad alzare il volume durante le prove, quando Doc era nei paraggi. Sa che Doc non si ferma di fronte a niente. E la cosa lo ha sempre spaventato un po’. Perché il rischio che Doc arrivi con tutta la baracca al seguito e che Doc con tutta la baracca al seguito facciano la sua stessa fine, di lui, di Gene, che se ne sta a fare la spesa e a seguire con gli occhiali sulla punta del naso le istruzioni descritte nelle ricette raccolte sul manuale di cucina continentale sulla mensola sopra i fornelli quando in realtà non vorrebbe fare altro che salire sul palco, scegliere la chitarra, controllare l’accordatura e pettinare il pubblico,ecco, il rischio esiste e lo preoccupa non poco. Come la storia dimostra, arrivare in Questa Città non è impossibile. Uscirne però è, al momento, quantomeno improbabile. Gene comincia a pensare che gli abitanti di Questa Città, dopo aver perso la memoria della città e del loro esserne cittadini, stiano cominciando, come conseguenza, a perdere anche la definizione stessa del concetto di andarsene, uscire, scappare, pagine strappate e mancanti dalle enciclopedie, come rifiuto, come dimostrazione che se di una cosa non esiste traccia, di quella cosa non c’è più bisogno, forse non c’è mai stato, e quindi – se vogliamo vederla così – non esiste nemmeno alcun motivo per dispiacersi o per crucciarsi che quella cosa – quale cosa? – non si possa fare o non si possa stringere tra le braccia come un orsacchiotto o una bambola veramente molto simile ad un neonato. Perché segretamente forse, pensa Gene, le persone hanno cominciato a credere che ad essere in discussione sia la loro stessa esistenza e quella di Questa Città, per l’assenza della quale, probabilmente, nessuno ha lanciato l’allarme. Il che è abbastanza avvilente. Specie se si considera che le persone, queste persone, tendenzialmente tutte le persone, non chiedono altro che sedersi con la base del collo che forma un angolo acuto con lo schienale, le gambe allungate, togliersi le scarpe spingendo la punta di un piede contro il tallone dell’altro e viceversa, respirare e sorridere come dopo una corsa forsennata dal cemento della strada fino alla schiuma del mare che tocca la spiaggia, sedersi e sorridere. Aldilà di ombrelli efficienti capaci di assolvere la loro funzione di riparo dalla pioggia e di resistere alle raffiche di vento improvvise, di frigoriferi funzionanti che mantengano i loro cibi freschi e intatti, di lavatrici instancabilmente al lavoro per assicurare una costante e continua pulizia della loro biancheria intima, di caschi da parrucchiere con garanzia millenaria sulle loro teste spettinate e sconvolte, di televisori dagli schermi abbastanza grandi e piatti da comunicare con la loro stessa forma e dimensione il senso di una vita tranquilla e senza imprevisti, è questo che vogliono le persone. Le persone vogliono essere felici.

Scritto da questacitta

18 maggio 2011 alle 13:00

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40. Toglie ogni alone, fino all’ombra del dubbio
La sala lavanderia è senza ombra di dubbio – Toglie ogni alone, fino all’ombra del dubbio, recita lo slogan dell’incredibilmente profumato detersivo industriale utilizzato dagli addetti ai lavori – il locale che Z preferisce tra quelli disposti sui 13 lunghissimi e piacevoli minuti di respirazione bocca a bocca con l’anima del lusso che prendono il nome di Hotel Sideral. Gli piace sedersi a gambe incrociate o leggermente piegate in un angolo, vicino alla presa d’aria, fissare la biancheria che si gonfia d’acqua e schiuma, seguire fino a che riesce il numero effettivo di giri al minuto per confrontarlo con quello assicurato dall’etichetta ancora attaccata di fianco all’enorme oblò e fumare in totale calma una sigaretta che è diversa dalle altre, proprio per via del contesto. Come quelle cose che cambiano o distorcono il proprio senso, a seconda del contesto. Il che – questa ricorrenza smodata della parola ‘contesto’ nell’arco di poche battute – potrebbe sembrare una ripetizione, mentre è un escamotage come un altro per rafforzare il concetto. Ad esempio, il significato di un luogo comune o di un cliché presi alla lettera cambia radicalmente, dando luogo al verificarsi di situazioni potenzialmente spiacevoli. Comunque, insomma. Z prova un enorme senso di relax, una calma tanto profonda che un paio di volte ha rischiato di addormentarsi con la sigaretta accesa pericolosamente vicino al carrello pieno di lenzuola e asciugamani da lavare. E la cosa che più lo ha spaventato, un attimo dopo essersi completamente risvegliato per via della punta della sigaretta incandescente finita in dolorosissimo contatto con la fronte in caduta libera, è stata non tanto la sensazione di avere quasi innescato un incendio, quanto piuttosto il figurarsi la reazione della cubica inserviente – 160x160x160 cm – alla vista di una bruciatura di sigaretta sopra le sue lenzuola e i suoi asciugamani. Ad ogni modo, questo non è mai successo – cioé che Z abbia scatenato involontariamente un incendio nel Sideral – e quindi Z può continuare a stare nel suo angolo lavanderia a sputare il fumo nella bocchetta dell’aria, che – e se fossimo abbastanza piccoli per infilarci dentro la testa, ce ne accorgeremmo – cela uno spigoloso condotto d’alluminio che si insinua nella parete, si dirama in quattro ulteriori condotti che conducono – come dice la parola stessa – l’aria e tutto il resto in quattro diverse direzioni verso altrettanti sfoghi, prima di riunirsi misteriosamente e finire giusto giusto -forse per un errore di progettazione - in una stanza piena di interruttori, tubi, fili, fumi, fottutamente calda e pervasa da un’atmosfera infernale. In questa stanza, due uomini in giacca e cravatta ascoltano – con le braccia incrociate su una cartelletta fitta di moduli con crocette spuntate e su un blocco per appunti con impresso qualcosa di composto da una parola che non si riesce a leggere, perché coperta dalla manica, ma che certamente precede la seconda parola, che è invece Insurance – ascoltano con estremo interesse molto professionale le spiegazioni appassionate di un vecchio tecnico che indica e mima gesti tecnici, rendendo il tutto fin troppo tecnico per i suoi interlocutori, che a tratti proprio sembrano non farcela a seguirlo. Al che, il tecnico si appassiona ancora di più e mette in funzione alcuni dei macchinari momentaneamente a riposo, producendo una vampata di calore che in un attimo appiattisce i capelli ben pettinati dei due uomini quasi al livello delle sopracciglia. Cosa che il tecnico trova divertente e socialmente interpretabile come una rivincita della classe operaia. E questa sera lo racconterà a sua moglie, roteando la forchetta con i denti infilzati in un pezzo di carne e schiacciandosi un mano in testa per evocare visivamente l’immagine che descrive.
Questo succede dopo. Tra un po’. O comunque non ora, se per Ora intendete un momento preciso nel contesto di un ordine cronologico al quale voi erroneamente insinuate che noi vi avremmo dato l’impressione di fare riferimento. Se dite questo – o se lo pensate solamente e siete in procinto di affermarlo – vi sbagliate. Oppure mentite. Oppure dovreste riconsiderare il vostro approccio ai fatti narrati.

 

Quando Linformazione offre in pasto ai telespettatori la notizia dell’arrivo in Questa Città del noto campione – da pochi giorni ex – di ciclismo Alberto De Romero Costagavras, che qui si trasferisce perché è molto bello e accogliente e pieno di colori e belle persone che gli fanno ciao con la mano, la Sala Intrattenimento & Tv della Casa di Riposo Sammy Davis Jr. esplode in un boato con la sordina, presto soffocato dai colpi di tosse e inghiottito da una coltre di fumo di sigarette poco costose e capaci di emanare un fetore di posacenere mai stato lavato che si attacca ai vestiti e alle ossa come colla super-rapida e definitiva. Per sempre. Dove sempre è poco, almeno stando ad una serie di frasi abbastanza ricorrenti estrapolate – forse in modo non del tutto discreto ed onesto – dai discorsi degli inservienti, degli infermieri ed in generale del personale attivo all’interno della struttura, durante le pause, lungo i corridoi, nel giardino o in sala mensa. Gli ospiti della Casa di Riposo Sammy Davis Jr. sono persone anziane, malate, in pericoloso equilibrio - ma comunque più di là che di qua - sulla fune tesa tra l’utilità e l’inutilità sociale stabilita dal Collettivo di Governo di Questa Città, che – da quando è successo quello che è successo – ha disposto e messo per iscritto cosa potesse essere considerato o meno socialmente utile, stilando un documento di pubblico dominio contenente l’implicito suggerimento a raccogliere, riunire, dirottare, rottamare, isolare gli individui ormai fuori dai giochi in luoghi di placido ed anestetizzante riposo, in cui terminare il proprio percorso senza dover pensare a niente che possa essere escluso dall’insieme capace di contenere poche semplici azioni alla portata di un qualsiasi essere vivente unicellulare con la sola pretesa di vivere o se non altro di sopravvivere per il maggior tempo possibile. 
Le ossa scricchiolanti e tendenti allo sbriciolamento, le rughe appoggiate alle rughe depositate come roccia sopra roccia sedimentata, le gambe alternate a supporti e sostegni di legno, metallo o altre leghe comunque funzionali allo scopo, gli occhi sprofondati tra le occhiaie e la pelle sovrastante dalla quale sembra essere caduto il cartello che mette in guardia dal pericolo di crollo, tutto questo per un attimo passa in secondo piano, come messo in pausa per fare spazio alla notizia bomba di uno come loro - eppure diverso da loro, identificato persino da un nome e non dalla patologia o dal difetto più evidente – presentato a tutti gli effetti come un testimonial, un simbolo del successo che decide di arricchire Questa Città – e non di pesare su di essa – con la propria presenza. I blocchi delle ruote delle sedie a rotelle si sganciano con un esile clic e chi può farlo si avvicina con un passo incerto come settato sulla modalità di risparmio energetico sulle proprie gambe allo schermo per avere conferma che quell’immagine ripulita e tutta contornata di una luce innaturale tipo quella che avvolge i corpi trasfigurati dei santi nell’iconografia sacra sia in effetti quella piuttosto datata di un giovane Alberto de Romero Costagavras, il cui sguardo tradisce una certa – e col senno di poi decisamente malriposta – fiducia nei propri mezzi.
Lo conosco quello. Quello lì è una schiappa.
Tu sei una schiappa.
Io quello, quando ero giovane, me lo mangiavo a colazione.
Tu, a colazione, è già tanto se ci arrivi.
Dite quello che volete ma gli spagnoli, sui pedali, hanno una marcia in più.
Quello spagnolo al massimo ha la retromarcia. Mi ricordo che una volta è arrivato al traguardo di una tappa di montagna a ruota di una vacca che andava al mercato.
Io invece mi ricordo che quando ha compiuto 50 anni gli hanno fatto una torta a forma di bicicletta e lui ci è saltato sopra, gridando che nessuno gli aveva detto che il gruppo era in fuga. E si è pure incazzato perché la bicicletta doveva avere qualche problema, visto che non si muoveva ed anzi gli si era praticamente sciolta sotto il culo.
Signori, mi fa piacere che i vostri cervelli raggrinziti oggi siano così reattivi. La voce del primario penetra come una lama nello strato di vitalità acceso dalla telenotizia e tuttala Sala Intrattenimento & Tv della Casa di Riposo Sammy Davis Jr. è pervasa da un brivido che ricorda un po’ quei momenti in cui due persone su quattro hanno la netta impressione di avere avvertito una scossa di terremoto, chiedono agli altri due se l’hanno sentita anche loro e a quel punto sono tutti in tensione ed estremamente ricettivi verso ogni minima oscillazione del lampadario di cristallo. Il primario avanza con il suo camice di quel bianco che fa un po’ paura e si aggiusta gli occhiali per guardare bene chi c’è e chi non c’è. E se c’è, cosa fa. E perché non se ne sta placido e silenzioso sulla sua poltrona come ci si aspetta che stia placido e silenzioso, con le gambe indistinguibili dal plaid scozzese dal quale dovrebbero essere fasciate, un anziano bombardato di pasticche colorate e senza sapore, ad emanare quell’odore di disinfettante – terrificante se traspirato dalla pelle umana – che si usa per sterilizzare i pavimenti e le prugne.
Avanza col suo seguito di infermieri in zoccoli di un materiale plastico che non fa rumore sul pavimento e si guarda intorno, toccando con le mani incartate nel lattice aderente le spalle dei pazienti, aggirandosi tra loro con uno sguardo a metà strada tra Madre Teresa di Calcutta sulla via della beatificazione e un allevatore di polli che fa selezione. Nell’angolo accanto al televisore, pacatamente seduta su una sedia con lo schienale appoggiato al muro – e quindi in una posizione completamente sfavorevole rispetto alla visione entusiasmante di cui sopra - un’ospite anziana ondeggia a destra e a sinistra, mentre la sua testa si abbassa progressivamente come se il mento volesse ripiegarsi sopra il collo per occupare meno spazio ed entrare meglio in valigia. In mezzo all’incongruità caotica di poco prima, è l’orgoglio del primario, che le si avvicina, si inginocchia e le carezza paternamente la testa. Lei apre gli occhi con una lentezza mortale, fino a che il suo sguardo incontra la dentatura candida e poi le pupille del primario che le chiede – come se stesse parlando con un bambino al top del suo livello di lallazione – allora, come andiamo oggi? Abbiamo trovato Broccolino? con quel modo di compatire in prima persona plurale che vorrebbe sottolineare una condivisione della pena ma che si risolve di fatto in una commiserazione di livello abissale che scava un solco ancora più netto tra chi soffre e chi commisera.
Lei lo fissa per un attimo, lo studia come per identificarlo, cerca la sua mano e gliela stringe con una forza innaturale. Il primario cerca di contenere la smorfia prima di sorpresa e poi di dolore.
A meno che…sussurra l’anziana con un filo di voce.
A meno che? ripete a labbra strette il primario, come se si stesse sforzando di non urlare.
A meno che il cielo non ci crolli addosso - Ora la voce della donna comincia a salire di volume - Con tutta la sua volta, con tutte le sue nuvole pesanti, perché cariche di pioggia. Sulle nostre spalle curve, piegate, schiacciate per la sorpresa e per il terrore. A meno che il cielo non ci colga alla sprovvista mentre stiamo in mezzo al prato, seduti sulle nostre coperte a quadri colorati, con le gambe distese ed i piedi incrociati, gli occhi chiusi sotto i nostri occhiali da sole, come se volessimo proteggere la nostra paura di guardare, il nostro diritto a non farci troppe domande senza doverci giustificare con nessuno, neanche con noi stessi. Ridatemi Broccolino, porci…

Ridatemi Broccolino. 
La mano del primario è ormai violacea e lui - che, tutto contorto su se stesso, si autoimpone di non gridare per non offrire alla Sala Intrattenimento & TV un’interpretazione come di debolezza che sconvolgerebbe tutte le quotazioni del più scafato bookmaker d’Inghilterra - fa cenno con l’altra mano agli inservienti di intervenire e di liberarlo da quella morsa che sembra aver appreso il segreto di come sfruttare e controllare l’artrite a comando. Gli uomini in divisa verde e zoccolo silenziato si scaraventano su quella specie di Pietà distorta, su quel complesso scultoreo veramente originale unito per una mano che cita la disperazione di Laocoonte e la calma zen tipica della cartellonistica pubblicitaria relativa al tè deteinato. Si concentrano sulle due mani strette, prima con una certa perizia da apprendisti che seguono alla lettera il manuale, poi in modo sempre più scomposto, fino a che sembrano scimmie che tirano con forza, la lingua tra i denti, facendo leva e appoggiandosi coi piedi allo schienale della sedia dell’anziana e lasciando impronte scure sul muro, emettendo suoni che si confondono con la voce di John Wayne che proviene dalla televisione e dichiara quanto sia incredibilmente onorato di poter ospitare in Questa Città uno dei suoi idoli di bambino, e non rendendosi conto – nè gli infermieri nè il primario (che d’altra parte non riesce proprio ad emettere alcun suono e agita le gambe con le ginocchia che scivolano sul pavimento, facendo salire l’orlo dei pantaloni al livello degli stinchi, e scoprendo dei calzini decisamente fuori abbinamento) – non si accorgono, gli infermieri e il primario, che davanti a loro, tutta la Sala Intrattenimento & TV si è – dove possibile – alzata dalle sedie o avanza minacciosamente verso di loro, con i bastoni in mano, le aste con le sacche per le flebo penzolanti impugnate come lance, apparecchi acustici spenti per non intuire nessuna scusa o invito al dialogo, per non provare pietà. Per non porgere l’altra guancia cadente. Chiudono il complesso scultoreo vivente, arricchitosi degli inservienti in una plastica posa scomposta, lo chiudono in un semicerchio di corpi umani, anziani, vestiti di vestiti molto spessi, fonoassorbenti, per combattere gli spifferi e con dentature incomplete o restaurate, al ritmo di una respirazione collettiva che suona come un intangibile monumento all’enfisema, bocche spalancate che mordono il collo della vendetta e della dignità  riconquistata al grido di Broccolino è vivo

 

Avversari, Compagni di doppio, panchinari in attesa del proprio turno, qualunque sia il messaggio al quale ci vogliono imporre di credere, ormai i segnali sono chiari ed inequivocabili: nessuno vuole cucinare di domenica. E tanto meno noi. Non staremo qui a guardare Questa Città perdere giorno dopo giorno gli ultimi brandelli di memoria ancora attaccati al cervello. Non staremo qui a lasciare che le lotterie prendano il posto delle speranze delle persone e delle ambizioni riposte dalle persone con criterio nelle proprie capacità oggettive. Risulta, da questo report, che negli ultimi tempi siano stati lanciati tre nuovi concorsi pubblici di scommessa legale, presto ne verranno lanciati altri. Le sponsorizzazioni aumentano, perché su di esse Questa Città scommette, allineandosi all’attitudine che essa stessa cerca di imporre ai suoi abitanti. Ma come abbiamo potuto permettere che si arrivasse a questo? Come abbiamo potuto permettere che qualcuno, senza il nostro consenso, ci deprivasse della libertà di scegliere cosa guardare, cosa ascoltare, cosa non ascoltare…
Ma che cazzo stai dicendo? Alfa Privativo siede in quattordicesima fila, terza sedia a partire da sinistra, e dietro una maschera da cavallo, pensa che forse c’è stato un errore, che quell’individuo invasato che agita una racchetta da ping pong davanti alla platea parla in maniera piuttosto oscura, quando lei – in un certo senso – aveva solo bisogno di qualcuno che la aiutasse a chiarirsi le idee. Se avesse avuto bisogno di qualcuno che le dicesse, ancora una volta, quello che doveva fare, allora, grazie tante, se ne sarebbe rimasta a casa a seguire i rassicuranti suggerimenti de Linformazione per un sabato pomeriggio in tranquillità, davanti ad un televisore dallo schermo ultrapiatto, col rumore delle motociclette sulla strada, ad ascoltare il ticchettio di un vecchio orologio fino al momento in cui, anche se non lo avesse voluto, se ne sarebbe dovuta andare per questioni biologiche, cosicché Pi Greco, un bel giorno, sarebbe tornato a casa ed avrebbe trovato uno scheletro in vestaglia nera e le ossa delle caviglie incrociate. Invece questo individuo parla come se avesse già capito cosa bisogna fare, dove bisogna andare, cosa loro devono fare e dove loro devono andare. Si gratta la testa e sbadiglia.
Anche questa cosa del ciclista è una mossa strategica sulla scacchiera, un altro dei loro stratagemmi per deviare la traiettoria del nostro sguardo verso la luce della candela mentre alle nostre spalle, alla nostra destra, alla nostra sinistra, appena fuori del campo visivo che loro vogliono sia il nostro campo visivo, una luce accecante si accende a intermittenza, in esatta corrispondenza con lo spostamento della nostra attenzione sulla coda dell’occhio. Io lo so, voi lo sapete. Erano d’accordo e nessuno, ancora una volta, ci ha chiesto il permesso di farci rappresentare da quest’uomo che, francamente, io non conosco e mi ricorda mio nonno, solo che non l’ho mai visto prima. E adesso arriva e ci dice che è contento. Ma soprattutto – e qui vorrei che mi seguiste – da dove arriva? Come è arrivato? Perché noi non possiamo andarcene così come lui è venuto? Perché noi non possiamo utilizzare la sua conoscenza della strada per offrire una possibilità agli abitanti di Questa Città? Lui sa cosa c’è fuori. Lui sa dove siamo, perché è arrivato. Lui deve dirci anche cosa è successo, perché lui non era qui quando è successo quello che è successo. Per cui, io dico di prenderlo. Io dico…
Alfa Privativo raddrizza la schiena e la stacca dalla sedia scomoda per muoversi un po’ tra le spalle. Pensa alla codifica dell’ultimo messaggio affidato alla lezione di aerobica in televisione. Quattro serie da venti di crunch inverso con torsione per allenare gli obliqui, quindici minuti di kettleball, defaticamento con la bicicletta –  la più retrò delle pratiche di allenamento. In altre parole, uomo in arrivo in bicicletta dall’esterno per rassodarci il glutei. che – in mancanza di un linguaggio più specifico e rodato – vorrebbe significare ‘per mettercela nel culo’.
Io dico…Prendiamo il ciclista.
Il rumore multiplo e sequenziale delle palline che toccano i tavoli da gioco saltando le reti tese nella sala accanto, si confonde con quello legno-gommoso delle racchette che sbattono tra loro in segno di approvazione. Qualcuno tossisce dal fondo della sala. Il vicino di posto di Alfa Privativo pensa a quelle persone che fumano così tanto e da così tanto tempo, che dalle loro labbra e dalle loro narici ci si aspetta di vedere uscire fumo anche se non stanno fumando. Ci sono 15 gradi. Ma è solo una questione termometrica.

 

La radio funziona. Funziona bene. Il suono è limpido e - anche alzando il volume oltre i limiti imposti dall’irascibile vicino che si aggira come una furia per le rampe di scale armato di un misuratore di decibel da lui stesso brevettato – nulla frigge o distorce le parole che la radio trasmette all’amplificatore.
Le cose che funzionano bene sono una gioia per lo spirito.
Pi Greco si avvicina alla finestra e cerca di intuire l’origine dell’odore di caffelatte che entra nella casa. Con deprecabile disinteresse nei confronti delle conseguenze che questo atteggiamento avrà sul conto corrente - e questa è solo una delle tante contraddizioni che contraddistinguono il suo stare al mondo che è Questa Città - ama lasciare che il freddo pungente penetri nell’abitazione scontrandosi con il calore emanato dai termosifoni accesi. Il contrasto tra le temperature riempie il vuoto lasciato da qualcosa che non riesce a capire ma è una cosa che lo fa sentire bene. La sensazione di poter decidere di avere tutto ciò che vuole. Il caldo e il freddo. Due casse appoggiate sopra una struttura non troppo stabile di metallo cromato diffondono le ultime notizie che spaccano il silenzio di questa stanza – che è anche una casa – e sembrano denti su una mela verde o lacci che indovinano il centro del buco sulle scarpe. Pi Greco ora è seduto per terra, la sigaretta accesa e lo sguardo indeciso, con la schiena a contatto del termosifone, cosa che – tra qualche ora – darà alla sua spina dorsale ben visibile l’aspetto di un rialzamento al centro della superficie di un deserto di sabbia rossa  per via di una galleria sotterranea scavata da una talpa sovrappeso o comunque fuori rotta e troppo vicina all’emersione, più vicina di quanto  vorrebbe o dovrebbe essere.
Le cose che funzionano bene fanno stare bene la gente. La gente sta bene, se tutto funziona. E se tutto funziona, la gente sta bene. Quante volte ci siamo detti ‘andrà tutto bene’ ignorando questa condizione necessaria? Dobbiamo aggiustare tutto – raccoglie con le dita la cenere che cade dalla sigaretta sul pavimento che diventa più freddo mano a mano che si allontana dal termosifone - dobbiamo aggiustare tutto perché tutto vada bene, dobbiamo assicurarci che non ci siano cedimenti, che tutto contribuisca al buon funzionamento delle cose, trovare il difetto ed eliminarlo, trovare il buono e replicarlo. A meno che non sia il buono a trovare noi. Allora è diverso.
Pi Greco alza gli occhi verso il centro delle casse. Se le guarda da una certa angolazione, riesce ad intuire l’esatta posizione e i lineamenti del cono nascosto dal tessuto. Non presta troppa attenzione alle parole di John Wayne. Ha perso l’inizio del discorso, perché questa, in fondo, è solo una prova audio con lo scopo di verificare la correttezza dei collegamenti. E’ concentrato sul suono e sul bilanciamento del volume tra una cassa e l’altra. I dirimpettai vedono la sua nuca dondolare a destra e a sinistra. Se sapessero qual è la verità, troverebbero la cosa molto meno interessante e ricomincerebbero a giocare a carte, a stendere pantaloni e biancheria di una taglia davvero eccessiva, scrivere e cancellare risultati di operazioni difficili dando per scontato che la soluzione indicata in fondo al libro sia senza ombra di dubbio l’unica possibile e certa, scendere e salire le scale per recuperare un documento molto importante o per controllare che la macchina sia davvero chiusa (anche se è sempre chusa), aprire l’armadio e scegliere il vestito più adatto all’occasione,lavare i pavimenti con detersivi profumati ed efficaci sulle macchie più ostinate, fare esercizi per la circolazione e per il rassodamento, schiacciarsi brufoli davanti allo specchio sistemato in prossimità della finestra aperta per favorire l’uscita del vapore dopo una doccia bollente. Tutto sarebbe più interessante di questa finestra che incornicia la parte posteriore di una testa che dondola e si arresta. In ogni caso, Pi Greco si alza e si volta e tutti abbassano lo sguardo o fingono di essere capitati con gli occhi lì per caso, al termine dell’ispezione di un normale campo visivo umano di 135 per 200 gradi e che quello sia solo un incidente nel percorso.
Oggi vi presento quest’uomo, che diventerà per noi un simbolo, un’idea. L’idea che qui si sta bene. Che qui si arriva per restare. Ed è una cazzo di scelta, per dio!
Ora Pi Greco ascolta. Prende una sedia e si appoggia con le braccia sullo schienale, al contrario, come facevano gli anziani al bar vicino alla stazione quando, prima di addormentarsi – e questo accadeva dopo pochi secondi dalla preparazione della scena - si disponevano di fronte allo schermo televisivo per assistere ad un match di pugilato, incassando e sferrando i colpi con il movimento degli occhi e della bocca. Una cosa che Pi Greco aveva sempre trovato affascinante. La completa immedesimazione di quei corpi datati con le immagini di lotta, come se già conoscessero la dinamica dei colpi, la traiettoria dei guantoni, il minimo sforzo indispensabile per schivare un braccio che ti passa talmente vicino al mento da toglierti solamente la patina di sudore, preparando la pelle per accogliere la successiva.
Alberto De Romero Costagavras, signori, è il vecchio che rappresenta il nuovo. E, dico io, scusate se è poco.
Pi Greco ora ha gli occhi sbarrati come quelli di un morto di morte violenta e terribile. Significa che sta pensando. Che sta raccogliendo tutta la concentrazione su un singolo punto del muro. E non necessariamente è una cosa positiva. Si ricorda di quella donna con le braccia e le gambe ingessate, il bacino fratturato e la testa mantenuta in posizione eretta grazie ad un collare ortopedico rinforzato, alla quale un drappello di giornalisti col blocchetto in mano e la matita nel cervello chiedeva ostinatamente – come se lei potesse rispondere – Ma quindi lei è un’appassionata di sport estremi?
Succede sempre che quando si concentra è come se dovesse scaldare i motori. E allora, prima di raggiungere la massima concentrazione, i pensieri si accavallano e scavano buche profonde, gli altri ci cadono dentro, fino a che la testa dell’ultimo sbuca fuori, dando modo all’attenzione di pestargli la nuca ed evitare di fare la stessa fine.
Ecco, ora John Wayne stringe il pugno di Alberto de Romero Costagavras e ne trascina il braccio al cielo. E’ un momento davvero molto alto nella storia di Questa Città. Tanto che il ciclista spagnolo, visibilmente emozionato, sembra quasi spaesato e non riesce a pronunciare una parola che sia una.
Ora Pi Greco si immagina in una stanza vuota, con le pareti a specchio, seduto ad un tavolo e con le braccia bloccate. Due ufficiali in borghese gli ronzano intorno e gli chiedono per l’ultima volta quali siano i suoi rapporti con Alfa Privativo e che cosa intenda dire con la frase Dormiamo insieme. Lui risponde Quello che ho detto. E l’ufficiale più aggressivo sbatte violentemente un pugno sul tavolo, provocando una crepa e uccidendo accidentalmente una mosca. Roba che se ci riprovasse di proposito, non ce la farebbe mai.
E sul suono della folla che applaude e inneggia a John Wayne, chiudiamo questa lunga diretta. Questa Città, questo è tutto, questo è quanto.
Alberto De Romero Costagavras. Questo nome non gli è nuovo. Si alza dalla sedia, scavalcandola con qualche difficoltà, si inginocchia di fronte ad una pila di scatole e ne estrae una di latta, la apre e scopre di avere ancora quella serie di biglie di plastica con le immagini dei ciclisti. Ce n’è una della quale andava particolarmente orgoglioso. Perché ne esistevano pochissime in circolazione o forse perché nessuno la voleva e la sacrificava ad attività collaterali, tipo intasare lavandini o infilarle nei tubi di scappamento delle automobili. Era quella con l’immagine di Alberto de Romero Costagavras. Comunque il più vecchio. Comunque l’ultimo. Comunque ostinatamente in sella fino a un secondo dal tempo stabilito per rimanere nella competizione.
Eppure ora è qui, in Questa Città. Ora è Questa Città, la prova evidente ed inconfutabile e muta della sua esistenza. Che – se permettete – è una cosa dal valore inestimabile.

Scritto da questacitta

4 maggio 2011 alle 22:12

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